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Migranti, la «nuova politica» dei vescovi ai tempi di Francesco

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Migranti, la «nuova politica» dei vescovi ai tempi di Francesco

Lo disse chiaro, ormai quasi tre anni fa: sulle faccende di politica interna – quella italiana in testa – «io non mi immischio». Papa Francesco rispondeva sul volo di ritorno dal Messico ad una domanda sulle unioni civili, in via di approvazione in Parlamento, e con quelle parole chiudeva definitivamente la lunga stagione battagliera episcopale sui «valori non negoziabili», vita e famiglia nelle varie declinazioni, culminata nel cosiddetto Family Day del 2007, con tanto di Berlusconi in piazza a difendere la famiglia tradizionale.

La Chiesa di Bergoglio, beninteso, resta contro l’aborto e a favore delle unioni benedette dal matrimonio religioso, ma da tempo ha detto basta alle guerre sante contro le legislazioni attente ai diritti civili. Ora però i vescovi italiani, con il viatico di Francesco, sono tornati sul campo di battaglia, ma questa volta sul tema migranti. Il decreto sicurezza, entrato in vigore nei giorni della nuova emergenza di navi cariche di migranti al largo delle coste europee, ha innescato una forte protesta dei vescovi e delle organizzazioni legate alla chiesa, arrivando a parlare di incostituzionalità del provvedimento, come hanno fatto in un dettagliato documento i presuli siciliani.

La Cei parlerà il 14 gennaio al consiglio permanente
In molti hanno preso posizione, sul territorio, ma ora l’attenzione è per il 14 gennaio quando si terrà la riunione trimestrale del consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei); in quell’occasione ci sarà la linea ufficiale del presidente cardinale Gualtiero Bassetti e a seguire ribadito il 16 dal segretario generale Stefano Russo. Lo stesso Bassetti nei giorni di Natale in un’intervista a Repubblica aveva lanciato critiche al governo soprattutto per la cancellazione delle agevolazioni per le organizzazioni non profit, ma ora l’attesa è molto più forte. Ai tempi di Francesco, quindi, l’agenda politica dei vescovi è concentrata sui disagi della popolazione, sia interna che migrante, e ha titolo per poter intervenire: una quota importante dell’otto per mille è da anni destinata all’accoglienza in strutture che fungono da supplenza a quelle statali. Il Papa ha parlato: sia il giorno dell’Epifania – facendo riferimento esplicito alle navi con 49 persone a bordo – sia il giorno dell’incontro con il corpo diplomatico lunedì scorso, quando ha ribadito il dovere di accogliere e integrare. Una linea chiara, anche se diretta a tutto il mondo (quindi anche agli Usa di Trump, oltre che all’Italia). E non da oggi. Basta ricordare tre eventi simbolici: la visita papale a Lampedusa nel 2013, la messa celebrata a Juarez, al confine tra Messico e Usa del 2016 e sempre nel 2016 il viaggio lampo a Lesbo, l’isola simbolo delle migrazioni da est verso l’Europa, rotta poi sigillata dall’accordo Turchia-Ue.

Il nodo della “obiezione di coscienza” dei sindaci
Il tema aperto dalle vicende politiche di inizio anno ha investito quindi anche i vescovi, che nelle città rappresentano una forma di autorità costituita: quasi tutti quelli interpellati hanno mostrato attenzione alla protesta dei sindaci di centro sinistra, arrivando a definire questa opposizione all’applicazione del decreto una forma di obiezione di coscienza. Con la premessa, più o meno comune a tutti i presuli: la legge va rispettata. Ed è qui il nodo: se un sindaco nell’esercizio delle sue funzioni deve applicare la legge non ci sarebbero scappatoie, come offre per esempio la legislazione sull’interruzione volontaria della gravidanza, la nota legge 194, che prevede appunto per i medici delle strutture pubbliche l’obiezione di coscienza, norma molto cara al mondo cattolico. L’ex presidente della Cei (e presidente dei vescovi europei) cardinale Angelo Bagnasco ha parlato dell’obiezione come un «principio riconosciuto», ma quando attiene alla coscienza personale. In ogni caso non sono i vescovi a dover interpretare la legge, e se ci sono delle obiezioni costituzionali ci penserà la Corte Costituzionale. C’è chi si è spinto avanti, come il gesuita padre Francesco Occhetta, che per Civiltà cattolica, cura le analisi sulla politica italiana: «L’obiezione di coscienza è luce che illumina le tenebre, fa progredire i diritti umani e chiarisce i doveri. Anche oggi l’obiezione di coscienza con la sua forza ed energia verso ogni forma di violazione o di contrazione dei diritti acquisiti, potrà cambiare la legge e renderci più responsabili gli uni verso gli altri».

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Le frizioni tra le gerarchie e Salvini
Fino ad oggi la Santa Sede, il governo centrale della chiesa universale, non è intervenuta sulle vicende italiane, ma è chiaro che la linea è quella della salvaguardia dei diritti umani e della vita, specie per i salvataggi in mare. «L’inferno è lasciare 49 persone al freddo del Mediterraneo, è una follia» ha detto il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Vincenzo Paglia, arcivescovo vicino a Sant’Egidio, una delle strutture sul territorio maggiormente impegnate all’assistenza di migranti (nei giorni scorsi il suo fondatore, Andrea Riccardi, è stato ricevuto dal Papa).

Da parte del governo, specie del ministro Matteo Salvini, c’è forte insofferenza per l’attivismo della Chiesa (prima di Natale ha parlato di «vescovoni») culminata nell’accoglienza a fine agosto di una quota dei migranti della nave Diciotti portati in una comunità cattolica a Rocca di Papa. Alle parole seguono già offerte concrete di accoglienza, come a Torino, dove l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha offerto la disponibilità della sua diocesi ad accogliere i profughi abbandonati in mare: «Il gesto - ha spiegato - è simbolico perché ci pare estremamente necessario, in questo momento, lanciare un segnale preciso alle autorità istituzionali italiane e degli altri Paesi europei, sul significato dell’accoglienza». Il premier Giuseppe Conte poco prima di Natale ha incontrato Francesco in una visita privata, e forse al tema si è accennato. Certamente il presidente del consiglio sta premendo per una soluzione per le due navi, che sembra ormai alle porte, ma la questione resta davvero in alto mare: dopo il consiglio europeo di giugno 2018 di migrazioni (tra movimenti primari e secondari) non si è più parlato a Bruxelles, e si è tornati a concentrarsi sui decimali.

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