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Conflitto tra poteri, quel no insoddisfacente della Consulta

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L’ANALISI

Conflitto tra poteri, quel no insoddisfacente della Consulta

Tutto è stato inutile. La Corte costituzionale, dopo averci pensato su ben bene, ha dichiarato inammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Un conflitto sollevato dal presidente dei senatori del Pd Andrea Marcucci nei confronti di una pluralità di soggetti allo scopo di aumentare le probabilità di successo. Da un lato, lui come singolo parlamentare, come capogruppo e i 37 senatori pd, più di un decimo legittimato a presentare una mozione di sfiducia al governo. Dall'altro, il governo, il presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama, la Conferenza dei capigruppo dello stesso ramo del Parlamento, la presidente del Senato e infine il Senato nella sua collegialità.

C'era da aspettarsela una pronuncia del genere? Sì e no. Sì, perché l'articolo 37 della legge 11 marzo 1953 n. 87 parla chiaro. Stabilisce infatti che “il conflitto tra poteri dello Stato è risoluto dalla Corte costituzionale se insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali”. E, onestamente, non è questo il caso di specie in senso stretto. Tuttavia la Consulta con l'andare degli anni ha lodevolmente allargato le maglie dell'ammissibilità.

Basterà ricordare due pronunce tra le tante che potrebbero essere menzionate. Per cominciare, è probabile che il senatore Marcucci facesse assegnamento sull'ordinanza n. 228 del 1975. Valga per tutti questo passo: “la cerchia degli organi ‘competenti a dichiarare definitivamente' la volontà del potere cui appartengono è più larga di quella degli organi detti ‘superiori' in quanto strutturalmente collocati al vertice di un potere… e deve essere individuato caso per caso, alla stregua dell'ordinamento funzionale di ciascun potere e della posizione assegnata dalle norme costituzionali ai diversi organi che lo compongono, quale tra questi sia da considerare competente a dichiararne definitivamente la volontà”.

E poi va citata la sentenza n. 69 del 1978. Dice tra l'altro che se “legittimati a proporre conflitto di attribuzione …sono anzitutto e principalmente i poteri dello Stato-apparato, ciò non esclude che possano riconoscersi a tale effetto come poteri dello Stato anche figure soggettive esterne rispetto allo Stato-apparato, quanto meno allorché ad esse l'ordinamento conferisca la titolarità e l'esercizio di funzioni pubbliche costituzionalmente rilevanti e garantite, concorrenti con quelle attribuite a poteri ed organi statuali in senso proprio”. E a questi buoni propositi la Corte ha fatto seguire i fatti. Tant'è vero che ormai non si contano più i soggetti legittimati a sollevare conflitto di attribuzione.

Questa volta però, spiace dirlo, la Consulta ha avuto paura del coraggio. Evidentemente ha temuto di porsi su un piano inclinato che l'avrebbe costretta a precipitare fino in fondo. Infatti, se avesse giudicato ammissibile il ricorso del senatore Marcucci, avrebbe dovuto poi riconoscere che la procedura seguìta nei due rami del Parlamento, ma soprattutto al Senato, per l'approvazione della legge di Bilancio si pone in irrimediabile contrasto con l'articolo 72 della Costituzione. Perché il comma 1 stabilisce che “Ogni disegno di legge presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale”. Mentre l'esame in commissione non c'è stato e la questione di fiducia – come al solito – ha assorbito un'infinità di articoli. E il comma 4 dice che la procedura normale di esame e di approvazione da parte della Camera è sempre adottata, tra l'altro, per i disegni di legge di approvazione di bilanci e consuntivi. E l'abnorme procedura seguìta è sotto gli occhi di tutti.

Dopo averci lasciato l'amaro in bocca, la Corte costituzionale ha dato l'impressione di pentirsi di tanta severità e, bontà sua, ci ha fatto intravedere uno zuccherino. La carota dopo il bastone. Batterà forse un salutare colpo in futuro. A babbo morto. E se del caso farà vedere i sorci verdi al governo e alla maggioranza che lo sostiene. Perché un singolo parlamentare in futuro potrà sollevare conflitto d'attribuzione. Il guaio è, come ha ricordato su “Repubblica” Andrea Manzella, che in gran parte dei Paesi europei – dalla Francia all'Austria, dalla Germania alla Spagna e al Portogallo – le opposizioni parlamentari possono direttamente appellarsi alla Corte costituzionale. Solo noi siamo le solite mosche bianche. Con il risultato, con tanti saluti al barone de Coubertin, che maggioranza e opposizioni non gareggiano ad armi pari. E questo è un male. Basti ricordare che nel Regno unito, che è la culla del parlamentarismo, il capo dell'Opposizione è considerato talmente importante da ricevere dallo Stato una congrua somma di danaro.
paoloarmaroli@alice.it

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