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Roberto Fico, presidente della Camera suo malgrado

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L'Analisi|l’ascesa dell’esponente m5s

Roberto Fico, presidente della Camera suo malgrado

Roberto Fico è presidente della Camera non già per grazia ma per disgrazia ricevuta. Intendiamoci, i requisiti li aveva. Non è un pivellino come Pietro Grasso e Laura Boldrini perché deputato alla seconda legislatura come Irene Pivetti. Si è fatto le ossa come presidente della commissione di Vigilanza Rai. Si è laureato in Scienze della comunicazione con una tesi sulle canzoni napoletane, dopo tutto patrimonio dell'umanità. Mentre molti suoi colleghi, in omaggio a un neorealismo trasferito dalla cinematografia alla politica, sono stati presi dalla strada. Voglio dire dalla società civile, senza la minima infarinatura politica. E in un mondo di sfaccendati un lavoro se l’è trovato.

Ma Fico non è capitato dall’oggi al domani sul seggio più alto di Montecitorio per il suo curriculum. A spingerlo in una gabbia dorata è stato Luigi Di Maio per disfarsi di un pericoloso concorrente. Come a volte capita al capo politico dei 5 Stelle, ha scoperto l'ombrello. Perché i precedenti non mancano. Dopo le dimissioni di Giuseppe Saragat, Palmiro Togliatti impone alla presidenza dell'Assemblea costituente un avversario: Umberto Terracini, critico di Stalin perché maltrattava i suoi correligionari ebrei. Lo stesso fa Alcide De Gasperi nei riguardi di Giovanni Gronchi. Che, navigato com'era, si serve della presidenza della Camera come pedana di lancio per il Quirinale. Enrico Berlinguer spedisce alla presidenza della Camera Pietro Ingrao per liberarsi di un emerito rompiscatole, che accetta controvoglia. Solo Gianfranco Fini non ce l'hanno mandato ma ci è andato da solo per liberarsi dall'abbraccio di Silvio Berlusconi. Ma la carica non gli porterà fortuna.

Nella seduta del 24 marzo, al quarto scrutinio, Fico è eletto con 422 voti. Gli danno la bicicletta e lui per orgoglio cerca di pedalare come meglio può. Ma è perseguitato dalla sfortuna e non gliene va bene una. Nell suo messaggio d’insediamento inneggia alla centralità del Parlamento, rilanciata nella sua lettera al nostro giornale. E assicura che non consentirà «scorciatoie né forzature nel dibattito parlamentare». Ma quello che non hanno compicciato i barbari nell'ultimo trentennio, e sul piano procedurale i precedenti ministeri ne hanno combinate di cotte e di crude, l’hanno fatto i Barberini del governo in carica. Per apparire uno come noi, prima prende l’autobus mettendo a repentaglio l’incolumità dei passeggeri e mobilitando le forze dell'ordine. Poi concede il bis recandosi al Quirinale a piedi. Due boomerang.

Per di più, deve vedersela con un costituzionalista provetto come il deputato del Pd Stefano Ceccanti. Mettendo a profitto il suo sapere, come Pirandello si è incarnato in Marta Abba. E sono dolori. Rimprovera Fico perché non muove un dito contro il suo gruppo, per nulla rispettoso della democrazia interna. Vorrà dire che tiene famiglia. Denuncia gli anglismi dei quali è infarcita la manovra economica. Venture capital anziché capitale di rischio. Business angel al posto di investitore informale. Cloud computing invece di nuvola informatica. Una torre di Babele. E il presidente zitto e mosca. Infine Fico riprende Ceccanti perché il costituzionalista dichiara che indossare le divise militari come fa Salvini è un reato. Viene alla mente – per carità, tutta un'altra storia – la seduta della Camera del 30 maggio 1924. Quando il presidente Alfredo Rocco lo invita a parlare prudentemente, Giacomo Matteotti risponde: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né impudentemente, ma parlamentarmente». Fico ha tutta la nostra solidarietà. Che male ha fatto per essere tormentato di continuo da un’emerita birba come Ceccanti?
paoloarmaroli@alice.it

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