Italia

Foodora, rider come dipendenti? Ecco cosa può succedere adesso

  • Abbonati
  • Accedi
lavoro

Foodora, rider come dipendenti? Ecco cosa può succedere adesso

Stavolta il caso è tutto italiano. E già ci si interroga su quali saranno gli impatti sul settore. Una sentenza della corte d'Appello di Torino ha accolto il ricorso di cinque ex rider di Foodora, piattaforma di consegne a domicilio, stabilendo per loro il diritto a ferie, malattia e tredicesima. Una decisione storica, che in qualche modo avvicina i diritti dei lavoratori della gig economy a quelli dei dipendenti subordinati. E che va a minare i principi su cui è stata fondata l'economia dei lavoretti, agevolata – troppo spesso – da lacune normative che hanno messo nel freezer anni di diritti acquisiti e conquiste sindacali.

L’ipotesi dei ricorsi di massa

Ma cosa succede adesso? È questa la domanda ricorrente, dopo la sentenza della corte torinese. Il primo pensiero porta all'ipotesi di una valanga di ricorsi. Questa decisione giuridica, in effetti, potrebbe spingere diversi rider a percorrere la strada del ricorso in tribunale per ottenere più diritti. Del resto una tredicesima, la malattia pagata e delle ferie retribuite sono presupposti che non dispiacciono a nessuno. In Italia i fattorini che si muovono in bici o scooter, e che lavorano tramite un login su un'applicazione, sono circa 10mila. E sono soprattutto giovani o giovanissimi, che arrotondano, magari durante il percorso di studi, incassando in media circa 12,5/12,8 euro lordi l'ora.

GUARDA IL VIDEO SUL RICORSO DEI RIDER

Ma il problema del lavoro a metà fra subordinato e autonomo, in realtà è più esteso, e riguarda anche il mondo della logistica tradizionale. Per questo gli effetti di questa sentenza potrebbero essere importanti in termini numerici ed economici. Con il vero punto interrogativo che va a posizionarsi sul futuro delle aziende che hanno portato questi servizi. Continueranno a operare sul territorio italiano nel caso di diverse condizioni contrattuali per i loro “dipendenti” imposte da un tribunale?

I precedenti

Il capitolo è spinoso. E la conferma arriva dalle decine di sentenze, in giro per il mondo, su cause del genere. Non è la prima volta, infatti, che un tribunale viene chiamato in causa dai cosiddetti lavoratori della gig economy per veder riconosciuti i loro diritti. E va detto che, anche quando le sentenze sono state favorevoli a questi ultimi, il fenomeno dei ricorsi di massa non si è verificato. Negli Stati Uniti i casi più complessi li ha vissuti Uber, con diversi autisti che hanno intentato causa nella speranza di essere assunti dalla società di San Francisco. Situazioni molto simili si sono verificate anche in Europa, con Gran Bretagna e Francia a fare da apripista. Nel novembre del 2017 proprio Uber è uscita sconfitta davanti a un tribunale del lavoro britannico, che ha chiesto alla società californiana di garantire ai suoi autisti una serie di diritti, fra i quali salario minimo, ferie e i giorni di malattia pagati. Nelle stesse ore in cui in Italia arrivava la sentenza Foodora, invece, in Francia un tribunale si pronunciava sugli autisti Uber. Secondo l'agenzia France Presse, che ha esaminato la sentenza, la corte ha dichiarato che esiste un «rapporto di subordinazione» tra gli autisti e Uber, che equivale a un «contratto di lavoro».

Le manovre di avvicinamento

Sentenze a parte, da un po' di tempo sono in corso manovre di avvicinamento fra le parti che possano rendere il quadro meno teso. Per rimanere in Italia, negli ultimi mesi sia Deliveroo che UberEATS (due delle piattaforme del food delivery più importanti sul nostro territorio) hanno migliorato e introdotto nuove forme assicurative. Per quanto concerne Uber, sono state applicate nuove polizze a tutela dei rider grazie a una partnership stretta con AXA. Assicurazioni che prevedono, tra le altre cose, la copertura di malattia, infortunio, congedo di maternità e di paternità.

Deliveroo, invece, ha introdotto a maggio 2018 una nuova polizza che copre infortuni e danni a terzi durante l'attività, garantisce massimali più elevati, e prevede un rimborso in caso di inattività temporanea del rider a seguito di sinistro, a prescindere dal veicolo utilizzato per svolgere le consegne. La polizza copre tutti i “fattorini” loggati all'applicazione, inclusa l'ora successiva al log-off, tutelando così anche il rientro verso casa.
Di certo massimali e regolamenti di queste iniziative sono diversi da quelli previsti per un normale dipendente italiano. Ma si tratta comunque di un passo avanti, di una mano tesa. Anche se oggi, grazie a una sentenza di un tribunale, può di nuovo cambiare tutto.

© Riproduzione riservata