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Trattati Ue, sprechi, «poteri forti»: il M5S rispolvera…

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L'Analisi |verso le europee

Trattati Ue, sprechi, «poteri forti»: il M5S rispolvera le vecchie parole d’ordine

«L’Europa o si mette in testa che si cambiano i trattati o crolla, e se crolla l’Europa non è colpa del M5S». Di Maio e Di Battista lanciano da un minivan in viaggio per Strasburgo il primo dei temi che accompagneranno la campagna elettorale per le europee del 26 maggio. E non è certo nuovo: è stato il refrain della campagna del 2014. La differenza sta nel fatto che adesso in Italia i Cinque Stelle sono al governo. E che modificare le regole europee, quei vincoli tabù cui i gialloverdi sono insofferenti da sempre, diventa cruciale anche in vista della prossima manovra economica, che avrà da scongiurare il mega aumento dell’Iva da 23 miliardi nel 2020 e da quasi 29 nel 2021. Di Maio lo dice chiaro e tondo: modificare i Trattati è necessario «per fare una legge di bilancio a fine 2019 ancora più importante per i cittadini».

Il vecchio ritornello del “cambiare i Trattati” accomuna il M5S al suo alleato interno che è anche avversario alle europee: la Lega di Matteo Salvini.Come già osservato su queste pagine, si tratta di partire all’assalto dei principali accordi oggi in vigore: il Trattato sull’Unione europea (Maastricht, come modificato da Lisbona nel 2007), il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e soprattutto il Fiscal Compact, cioè il Trattato intergovernativo sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 Paesi, tra cui l’Italia, il 2 marzo 2012, che ha imposto l’obbligo del pareggio di bilancio. Per farlo occorre un iter complesso, ancorato alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri. La partita si gioca qui, su quanto le forze che premono per “cambiare l’Europa” in direzione anti-rigore riusciranno a diventare maggioritarie. Finora, come la vicenda della manovra, ha dimostrato, la destra dell’ungherese Orban e del cancelliere austriaco Kurz non ha mostrato aperture.

Ma al Movimento servono altre bandiere per differenziarsi dai sovranisti. La proposta di una tariffa unica per le autostrade con un abbonamento flat di 30-40 euro va in un’altra direzione cara ai Cinque Stelle: quella della lotta alle rendite, vere o presunte, per favorire il “popolo”. Il M5S tornerà alla carica anche sui tagli agli sprechi e alle “spese pazze” degli organismi Ue, a cominciare da stipendi e pensioni e dalla doppia sede dell’Europarlamento, che si chiede di ridurre a una. «Secondo il rapporto Fox-Hafner dello stesso Parlamento europeo - ha ricordato il vicepresidente pentastellato Fabio Massimo Castaldo - i costi di questo spreco europeo ammontano tra i 156 e 204 milioni, ovvero un importo equivalente a circa al 10% del bilancio annuale del Parlamento. Si tratta di 1 miliardo di euro a legislatura che possiamo restituire ai cittadini».

Anche sull’ambiente il M5S proverà a puntare ancora, forte della rinnovata promessa “no-Triv” interna e della proposta di Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima appena inviata all’Europa. Ma finora la performance interna con l’Ilva e il sì al Tap ha deluso le attese, e il nodo Tav è tutto ancora da sciogliere. Gli ambientalisti potrebbero non rispondere alla chiamata alle armi.

Resta fermo il richiamo sempreverde alla democrazia diretta, che potrebbe essere il vero collante per la ricerca (faticosa) di alleati: finora è il trait d’union con i polacchi di Kukiz’15, formazione di destra contraria all’aborto e alle unioni gay, i croati di Scudo Umano e i finlandesi liberisti di Liike Nyt. Con i gilet gialli - a cui come agli altri

Di Maio ha offerto l’uso della piattaforma Rousseau a titolo gratuito - i primi abboccamenti sono caduti nel vuoto. Ma chissà che il tentativo di ravvivare la carica anti-sistema del Movimento, incarnato più da Di Battista che da Di Maio, non faccia breccia.

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