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De Benedetti: «L’euro ci ha salvato (ma le élite…

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De Benedetti: «L’euro ci ha salvato (ma le élite facciano autocritica)»

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

«L’euro è stato la salvezza dell’Italia. Che Paese saremmo oggi se 20 anni fa fossimo rimasti con la lira? Simili all’Egitto, finanziariamente. Criticare l’euro è da folli anche se è vero che la moneta unica, come l’Europa, è un’incompiuta». Carlo De Benedetti, 84 anni, uomo di impresa e di finanza, è europeista da sempre. Il suo network di relazioni internazionali lo ha portato a essere amico, tra gli altri, di Jacques Delors, uno degli architetti della costruzione europea. E proprio da qui parte l’intervista al Sole 24 Ore sui 20 anni della moneta unica europea.

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La nascita dell’euro è stata una fuga in avanti in un edificio europeo ancora da costruire?
Ero molto legato a Jacques Delors, ricordo che una sera a cena a Bruxelles sostenevo che il progetto della moneta unica senza un supporto istituzionale mi sembrava un azzardo. Mi spiegò che si trattava di un azzardo necessario perché la politica, da sola, non avrebbe mai avuto il coraggio di procedere all’integrazione europea. Lanciare la moneta avrebbe accelerato il processo di unificazione. Delors aveva ragione, anche se poi bisogna ammettere che l’euro è rimasto incompiuto per la mancanza di iniziativa politica verso una maggiore integrazione europea.

L’euro e l’Italia. Fu un bene entrare?
L’euro è stato la salvezza dell’Italia. Pensi a cosa sarebbe avvenuto nel nostro Paese se fossimo rimasti fuori dalla moneta unica. Svalutazioni della lira ogni due anni? Un disastro. Dal punto di vista finanziario avremmo fatto la fine dell’Egitto. Ricordo che Ugo La Malfa, ben prima che si parlasse dell’euro, ripeteva sempre che «dobbiamo rimanere avvinghiati con le unghie alle Alpi».

All’epoca c’era chi sosteneva che fosse meglio se l’Italia fosse entrata in un secondo momento. Lei che opinione aveva?
In linea di principio, l’idea che l’Italia entrasse nell’euro in una seconda fase non era sbagliata. Ma non potevamo essere i soli a restare fuori e la Spagna non ci aiutò. Ho avuto occasione di riparlarne poco tempo fa in Andalusia con l’allora premier spagnolo José Maria Aznar. Prodi andò a Madrid e gli chiese di rinviare insieme l’entrata nell’euro ma Aznar rifiutò. Ricordo che Prodi rientrò a Ciampino in tarda serata e convocò una riunione d’urgenza. Furono momenti drammatici, l’Italia non poteva essere l’unico Paese avanzato del Continente a restare fuori dall’euro.

Tremonti sostiene che l’Italia entrò nell’euro per volontà della Germania. E in particolare degli industriali tedeschi, che temevano di perdere competitività. È d’accordo?
No. Ricordo benissimo che all’epoca in Italia tutta la classe dirigente e politica voleva entrare nell’euro. Lo voleva Gianni Agnelli, lo voleva l’establishment, la Confindustria. È vero invece che poi la Germania ha beneficiato più dell’Italia dei vantaggi dell’euro. Ma la colpa è solo nostra, non abbiamo mai fatto le politiche per migliorare la produttività a differenza di Berlino dall’era Schröder in poi. E si è trascurato il fatto che i salari non hanno mantenuto il potere d’acquisto, creando nuovi poveri e nuove ingiustizie.

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I cittadini sono in maggioranza a favore dell’euro, ma criticano “questa” Europa. Lei ha citato la perdita di potere d’acquisto che ha colpito la classe media e i ceti più poveri. Lo si vede anche in Francia con la rivolta dei “gilet gialli”. Le élite europee si sono dimenticate dei popoli?
Il caso francese è diverso, non è una protesta contro l’Europa ma contro Macron che ha commesso vari errori come togliere l’imposta sui patrimoni in un periodo di disuguaglianze. Quanto alle élite europee, credo che sia necessaria un’autocritica. Negli ultimi 20 anni siamo stati tutti troppo innamorati della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Tenendo in scarsa considerazione i danni che questa combinazione di fattori avrebbe avuto sulla classe media e in generale sui lavoratori. Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea.

Torniamo all’euro. La moneta unica ha rischiato di saltare nel 2011, sotto l’attacco della speculazione internazionale, anche per colpa della crisi italiana. È una moneta fragile?
L’euro è zoppo e incompiuto e lo resterà finché non vi sarà un rafforzamento della costruzione europea. In quel periodo la speculazione constatò che c’erano difficoltà e fece il suo mestiere. L’euro ha rischiato ed è stato salvato da Mario Draghi con l’attivazione del quantitative easing e il dispiegamento di forze dell’arsenale della Bce. Merito a Draghi che, salvando l’euro e l’Europa, ha salvato anche l’Italia.

In Italia c’è chi sostiene che l’attacco all’euro di quel periodo fosse parte di un “golpe finanziario” per far cadere il governo Berlusconi? Che ne pensa?
Ma quale golpe. Il governo Berlusconi era totalmente delegittimato presso tutte le cancellerie europee, l’Italia era allo sbando, tutti ricordano i risolini a Nizza di Merkel e Sarkozy nei confronti di Berlusconi che era ormai diventato un clown della politica.

Guardiamo al futuro. Le prospettive dell’euro sono strettamente connesse a quelle di un’Europa in cui crescono i movimenti politici sovranisti. Le prossime elezioni di maggio saranno uno snodo decisivo per la storia?
La costruzione europea è in evidente difficoltà ed è possibile che con le prossime elezioni il primo raggruppamento parlamentare a Bruxelles sia di impostazione sovranista. Mi auguro che il Partito popolare europeo non pensi di blandire i sovranisti, arrivando a qualche tipo di alleanza. Lo considererei un errore della portata di quello del primo ministro britannico Chamberlain che nel 1938 pensò di ammansire Hitler. Ricordiamo che nel ’900 in Europa abbiamo vissuto due guerre devastanti che sono nate da scontri tra nazioni. Nel Dopoguerra con saggezza chi governava ha creato organizzazioni sovranazionali in Europa, partendo nel 1951 dalla Commissione per il carbone e l’acciaio, proprio per evitare i contrasti tra le nazioni. Non so quanto tempo servirà, ma bisogna aspettare che passi il vento sovranista.

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