Italia

Relazioni istituzionali alla rovescia: disarmonia nel governo,…

  • Abbonati
  • Accedi
L'Analisi|l’analisi

Relazioni istituzionali alla rovescia: disarmonia nel governo, finzione alle Camere, il Colle costretto a promulgare

17 gennaio 2019 di giubilo a palazzo Chigi: approvati i decreti legge per l'abolizione (la terza o la quarta in quattro mesi) della povertà e della”legge Fornero”. Un tempo soprattutto studiosa di prestigio, quest'ultima; poi, dopo un breve tratto come ministro di un governo da riabilitare, è diventata, via via, una legge da “smontare”, in termine tecnico, o un bersaglio da infilzare con insulti sprezzanti. Per inciso: non si contesta il diritto di una maggioranza di srotolare anche energicamente il proprio programma. Ma quel diritto non comprende quello all'insulto e al dileggio, quasi che ogni legge, ogni gesto debba avere una vittima su cui infierire: che si tratti della professoressa Fornero, dei governi precedenti, delle esangui forze di opposizioni, degli ex parlamentari e dei “pensionati d'oro”, destinatari di un saccheggio supplementare, quello della dignità; dei migranti, sbeffeggiati alla stregua di crocieristi da diporto; dei cittadini che osino esprimere opinioni senza prima candidarsi. Persino degli ergastolani: ma qui chiedere il rispetto costituzionale sembra davvero troppo.

Giubilo e stupore dunque, a palazzo Chigi, ogni volta che c'è armonia all'interno del governo (subito smentita dall'immagine successiva, quando i tre governanti in versione di uomini sandwich mostrano cartelli disarmonici): quell'armonia senza la quale un governo non dovrebbe nascere, e che nella fisiologia distingue la relazione tra alleati da quella, naturalmente dialettica, tra maggioranza e opposizioni. Armonia, nel caso di specie, accompagnata da reciproci elogi e ringraziamenti, e promesse di eterna convivenza. Quando la convenienza corregge l'istinto. Si è creata una figura costituzionale non prevista in Costituzione ,a fini di armonia: un presidente del Consiglio mediatore tra due soggetti naturalmente portati al dissidio.

Ma il sottosopra istituzionale è appena all'inizio: se il Consiglio dei ministri è, in natura, la sede della concordia, la fase successiva, nelle Camere, presuppone confronto aspro, anche scontro. Invece, il procedimento parlamentare è un ricordo del passato, tutto si risolve in un voto di fiducia su un ipertesto preconfezionato altrove, con i cecchini a sorvegliare i votanti. Il parlamentare senza vincoli di mandato, libero rappresentante dell'intero corpo elettorale, vanto della Costituzione (articolo 67), e di ogni sistema davvero parlamentare, è un altro ricordo del passato. Lo sgretolamento nei fatti di principi costituzionali è inarrestabile, senza pietà. Della espropriazione oramai sistematica ed integrale delle Camere si sono preoccupati recentemente le massime autorità di garanzia e di risoluzione dei conflitti istituzionali: il capo dello Stato - con un linguaggio per i suoi canoni risoluto, ma per chi si rifiuta di capire probabilmente insufficiente - , ha parlato di «compressione» del Parlamento. Immagine suggestiva, ma interpretabile come occasionale, contingente: quindi anche riduttiva. La Corte costituzionale, a sua volta, chiamata finalmente ad occuparsi della deformazione del procedimento costituzionale di approvazione delle leggi, ha minacciato interventi futuri per il ripristino del rispetto di un altro gioiello costituzionale (articolo 72), letteralmente dismesso. Bene per l'impegno futuro, meno per il sostanziale disimpegno di oggi: è tempo di maniere forti, questo, anche da parte di soggetti istituzionali eleganti e misurati come sono i due organi costituzionali sui quali riposano le speranze di una difesa della Costituzione dalle aggressioni in atto e in programma. I destinatari, sono soggetti dall'orecchio duro.

L'iter di una legge si perfeziona con la promulgazione da parte del capo dello Stato, il sigillo finale. Anche qui, una rivoluzione rispetto al passato: atto definito come notarile, con il tempo è diventato il momento di maggiore tensione dell'intero procedimento. Sergio Mattarella si è dichiarato, nel tradizionale messaggio del 31 dicembre, costretto a firmare la legge di bilancio, praticamente sconosciuta, per evitare l'esercizio provvisorio. In altri termini, per un ricatto dei tempi. Un ricatto, di quel tipo o di altri, che la difesa del nostro sistema parlamentare dovrebbe sconsigliare di subire in futuro.

montesquieu.tn@gmail.com

© Riproduzione riservata