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Caso Cucchi, intercettazioni choc dei carabinieri: «Aiutare i…

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Il processo

Caso Cucchi, intercettazioni choc dei carabinieri: «Aiutare i colleghi» coinvolti

«Bisogna avere spirito di Corpo, se c’è qualche collega in difficoltà lo dobbiamo aiutare». L’intercettazione, agghiacciante, è tra due carabinieri che discutono delle coperture necessarie per i colleghi dell’Arma coinvolti nel caso di Stefano Cucchi, l’allora spacciatore arrestato e barbaramente picchiato da alcuni militari dei carabinieri finiti nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Roma. La telefonata, avvenuta il 6 novembre scorso, è contenuta in una annotazione della Squadra mobile di Roma del 17 gennaio scorso, depositata agli atti del processo.

L’inchiesta e gli indagati
Il sostituto procuratore Giovanni Musarò sta ricostruendo la scala gerarchica dei carabinieri che ebbe un ruolo nella falsificazione dei documenti sullo stato di salute di Cucchi, morto a ottobre del 2009. Nel registro degli indagati ora figura anche un ufficiale, il tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti capo ufficio comando del Gruppo carabinieri Roma. Secondo quanto emerge dalle carte depositate dal pm, sarebbe stato Cavallo a suggerire al luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stazione Tor Sapienza, di effettuare modifiche all’annotazione di servizio sullo stato di salute di Cucchi. Sono gli stessi atti giudiziari, inoltre, a restituire retroscena agghiaccianti degli eventi. È il caso di una intercettazione su Vincenzo Nicolardi, uno dei carabinieri imputati. «Magari morisse, li mortacci sua», parole che hanno provocato uno choc in aula. La frase si riferisce ad una intercettazione di Nicolardi con il capoturno della centrale operativa del comando provinciale, avvenuta tra le 3 e le 7 del mattino del 16 ottobre del 2009, ovvero il mattino dopo l'arresto di Stefano Cucchi.

«Spirito di Corpo»
Nell’intercettazione presenta nella nota della Squadra mobile di Roma si fa riferimento a due telefonate intercorse il 6 novembre tra il vicebrigadiere dei
carabinieri Mario Iorio e il maresciallo Ciro Grimaldi, entrambi in servizio alla stazione Vomero-Arenella di Napoli. Grimaldi, all’epoca dei fatti in servizio alla stazione Casilina, verrà sentito come testimone dal pm il 21 novembre. Nell’intercettazione Iorio riferisce al collega quanto dettogli dal colonnello Pascale: «Mi raccomando dite al Maresciallo che ha fatto servizio alla Stazione - afferma nella intercettazione Iorio riportando al maresciallo Grimaldi le parole del colonnello- lì dove è successo il fatto di Cucchi...di stare calmo e tranquillo..mi stanno rompendo, loro e Cucchi». E ancora Iorio riferisce al collega le parole del comandante: «mi raccomando deve avere spirito di corpo, se c’è qualche collega in difficoltà lo dobbiamo aiutare».

Il capo d’imputazione
Stefano Cucchi fu pestato a sangue con «schiaffi, pugni e calci» e sottoposto a «misure di rigore» non consentite dalla legge. La lenta agonia del geometra è iniziata nella stazione dei carabinieri Appia a Roma nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, per poi concludersi il 22 ottobre nel reparto di medicina protetta dell'ospedale Sandro Pertini, dove è morto. Cucchi sarebbe stato ripetutamente colpito con «schiaffi, pugni e calci, - si legge nei capi d'imputazione - fra l'altro provocandone una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale» che hanno causato «lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso di specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura il Cucchi presso la struttura protetta dell'ospedale Sandro Pertini, ne determinarono la morte». Non solo: dopo l'aggressione il 32enne, arrestato per detenzione e cessione di stupefacenti, sarebbe stato sottoposto a misure di detenzione fuori legge.

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