Italia

Un po’ di chiarezza sulla legittimità dei governi

  • Abbonati
  • Accedi
LO SCENARIO

Un po’ di chiarezza sulla legittimità dei governi

(Ansa)
(Ansa)

Nel nostro ordinamento, la legittimità costituzionale di un governo è legata al rapporto di fiducia con le Camere. Almeno quando gli esiti elettorali non prefigurino una coalizione o un partito dotati di una maggioranza autosufficiente, solo in quel caso definibile come vittoriosa: diversamente, il capo dello Stato, regista unico del procedimento di formazione del governo, individuerà attraverso la consultazione dei gruppi parlamentari, proiezione dei partiti, una maggioranza possibile e una personalità in grado di guidarla. Meglio diradare, a ogni occasione utile, l'equivoco introdotto dalle tendenze presidenzialiste portate dal partito di Silvio Berlusconi, nella cosiddetta seconda Repubblica; e imposte, anche perché non sufficientemente contrastate sul piano teorico dai vari capi dello Stato del tempo, con l'obbligo di indicazione in calce a ogni lista elettorale del nome del candidato a guidare il governo. Un equivoco che, non dissolto, ha consentito a forze politiche e segmenti di elettorato di definire abusivo o illegittimo il governo di Mario Monti e gli esecutivi allo stesso seguiti: quindi, i governi Letta, Renzi e Gentiloni.

Del tutto legittimo, pertanto, anche il governo Conte, seppur privo di relazione, se non meramente aritmetica, con l'esito del voto del 4 marzo. Una cosa è però la legittimità costituzionale originaria, altra cosa è la verifica del suo mantenimento a distanza di soli pochi mesi. La Costituzione, nel riferirsi al concetto di maggioranza parlamentare, non lo fa in senso meramente aritmetico, ma sottende il requisito di un indirizzo comune tra le forze che si alleano. Così non è stato, via via, dopo il 4 marzo: quando cautamente i leader dei due partiti hanno parlato di un contratto, e non di un'alleanza, quale è quella che forma una coalizione. Meno cautamente hanno richiamato il “contratto alla tedesca”, che ha richiesto un confronto estenuante tra due partiti tradizionalmente alternativi, per arrivare al risultato di un pacchetto di proposte sul quale si fondesse la volontà dei contraenti. Il “contratto all'italiana”, concordato e sottoscritto in poche ore, è un mero elenco di punti di gradimento dell'uno o dell'altro contraente, su ognuno dei quali l'unico vincolo contrattuale imponeva uno scambio dei voti necessari per raggiungere sempre una maggioranza. L' apparente intesa sui punti del contratto in versione gialloverde si è venuta gradualmente sbriciolando, lasciando intatta e intangibile la sola determinazione di governare assieme: e la distanza tra Lega e 5stelle è tornata quella, abissale, di prima del voto. Fatti salvi i cosiddetti provvedimenti simbolo di entrambi: in gergo, quota cento, reddito di cittadinanza e chiusura delle frontiere, come unica politica in tema di migranti.

Su tutto il resto la distanza dentro il governo è uguale, se non maggiore, di quella misurabile tra ciascuno dei due partiti di governo, presi singolarmente, e di opposizione. Questo governo potrebbe essere sostituito da qualunque altra combinazione di partiti. Una situazione che altera non marginalmente il procedimento di formazione dell'esecutivo, addirittura svuotando la prerogativa costituzionale del capo dello Stato di scioglimento delle camere per impossibilità di formare una maggioranza.

Su quell'indirizzo comune la Costituzione richiede la fiducia delle Camere, e non sulla comune volontà di governare assieme: e al mantenimento nel tempo di quell'indirizzo comune richiama i singoli ministri, facendone al contempo garante, sotto l'occhio vigile del capo dello Stato, il presidente del Consiglio dei ministri. Nulla di ciò si è verificato e mantenuto, dal giorno della fiducia delle Camere: giorno dopo giorno, il contratto si è stinto, mostrando l' assenza di una politica condivisa praticamente su tutto. Sui temi etici, su investimenti e infrastrutture, sui temi ambientali , letteralmente su tutto. Il governo del nostro paese si rivela diviso addirittura nella scelta tra la deposizione di un dittatore e il sostegno allo stesso, unico tra i grandi paesi. Al punto da rendere impossibile una decisione comune in Europa.

A questa precaria situazione si è venuta aggiungendo – per confusa ideologia istituzionale nel movimento 5 stelle e indifferenza indolente nella Lega-, l' esclusione sistematica delle Camere dalla proprie funzioni costituzionali, e quindi dal circuito delle decisioni, non solo legislative: circuito che si concentra ed esaurisce in due uomini del governo, i capi dei due partiti. Sfumato, diluito ai limiti dell'impalpabilità il ruolo del presidente del Consiglio, sia nell'opera di mantenimento di una comune politica governativa, sia nella funzione delicata di raccordo con il capo dello Stato, garante del rispetto e della salute della nostra carta costituzionale.

Nel contempo, con questa situazione istituzionale senza precedenti, la nostra economia è entrata in una fase recessiva, accompagnata dal pessimismo degli organismi competenti per funzione e delle personalità competenti per materia . La situazione richiama, sotto il profilo delle prospettive finanziarie e di bilancio, l'immagine della vicinanza al precipizio che portò al governo del professor Monti, appoggiato da una larga maggioranza in Parlamento. Voluto da Giorgio Napolitano, e in quel contesto reso possibile e finanche sostenuto con responsabilità istituzionale dell'allora capo del governo Berlusconi. Un fitto calendario di scadenze internazionali e interne si para ora davanti ai nostri conti pubblici come una montagna da scalare. Il 7 febbraio, tra poche ore, le nuove previsioni della Commissione europea; il 10 aprile, tocca al governo presentare il Documento di economia e finanza , con le nuove stime. In mezzo , altri ostacoli: la stima definitiva sui conti dell'Istat, nuove stime delle agenzie di rating . Il compito del presidente Mattarella potrebbe rivelarsi, nel caso non auspicabile di un aggravamento dei nostri conti, più complesso di quella del suo predecessore . Anche sotto il profilo, tutt'altro che secondario, del senso di responsabilità istituzionale degli attuali governanti.

montesquieu.tn@gmail.com

© Riproduzione riservata