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Caso Diciotti, M5S diviso. Braccio di ferro con la Lega su Tav e…

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dopo il voto su salvini

Caso Diciotti, M5S diviso. Braccio di ferro con la Lega su Tav e autonomie

«E adesso?». La domanda corre di bocca in bocca tra i parlamentari M5S. All'indomani del voto su Rousseau per il “no” al processo a Matteo Salvini, deputati e senatori si dividono tra chi tira un sospiro di sollievo («Il Governo è salvo», con tutte le poltrone) e chi si sente defraudato del ruolo, a maggior ragione dopo l'invito del ministro Riccardo Fraccaro a «seguire la base». «Se gli iscritti mi dicono cosa devo votare in Parlamento io che cosa ci sto a fare?», si chiedono i più scettici.

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Salvataggio di Salvini scontato
Il salvataggio di Salvini, oggi in Giunta per le immunità al Senato, è scontato. I sette componenti pentastellati, capitanati da Mario Giarrusso, avevano già fatto capire il loro orientamento. Meno scontato è il comportamento degli altri senatori M5S quando toccherà all'Aula. Potrebbe essere quello il momento per la resa dei conti con i dissidenti? Paola Nugnes ed Elena Fattori hanno subito preso posizione a favore del processo al vicepremier leghista e contro la scelta di rimettere la decisione al voto su Rousseau. Nicola Morra aveva invitato a non tradire i principi nel Dna del Movimento. Il deputato Francesco Silvestri, ala governista, avvisa: «Il dialogo all'interno del MoVimento è sempre aperto, ma se Fattori e gli altri non condivido più questo modus operandi, potrebbero semplicemente restituire quanto dovuto e dimettersi».

Duri e puri apostrofati come “talebani”
Nell'assemblea dei gruppi M5S, ieri sera, i duri e puri sono stati apostrofati come “talebani” dalla vicepresidente del Senato Paola Taverna. È un asse non riferibile alla sola “sinistra” del Movimento che ha Roberto Fico come punto di riferimento, ma che annovera anche altri esponenti, come Roberta Lombardi e i sindaci. E che comincia a contarsi, dopo anni di sostanziale irrilevanza. Anche perché quel 40% di iscritti che avrebbe voluto mandare Salvini a processo è il segnale di una potenziale opposizione interna più forte di quanto sia stata finora.

Fibrillazioni anche per la tornata elettorale sarda
Le fibrillazioni interne, che si acuiranno dopo i risultati di domenica in Sardegna (nessuno nel M5S scommette che andrà meglio dell'Abruzzo, anzi), hanno due effetti. Da un lato portano all'annunciata definitiva trasformazione in partito, con una “struttura verticale” per temi (così l'ha descritta ieri Luigi Di Maio in assemblea) e una serie di referenti territoriali. Dall'altro costringono il Movimento a salti sempre più carpiati nel dialogo con l'alleato di governo. Di Maio cercherà ora di far pesare a Salvini la sua lealtà, cercando di strappare tempo per il decollo delle autonomie e di portare a casa il decretone senza correttivi pesanti al reddito di cittadinanza. Idem sulla Tav: temporeggiare è la parola d'ordine per tentare di limitare i danni alle europee. E anche per le nomine, dall'Inps all'Inail, l'obiettivo è chiudere nel modo meno divisivo possibile.

Si naviga a vista
Ma ogni giorno l'incidente è dietro l'angolo. Come i due Movimenti che si iniziano a intravedere: uno sempre più assimilabile alla Lega (sovranista, spostato a destra), l'altro sempre più distante dall'alleato, non solo sull'immigrazione. Con un contratto di governo debole, il collante perde forza. Si naviga a a vista, con il timoniere Di Maio consapevole che in questi mesi si gioca la leadership del Movimento.

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