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Le agenzie di rating che servirebbero alla democrazia

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L'Analisi |lo STRAPPo

Le agenzie di rating che servirebbero alla democrazia

Se l’economia italiana non se la passa bene, la nostra democrazia, le nostre istituzioni non stanno meglio. Ma mentre intorno al capezzale dei nostri parametri economici e finanziari si affollano preoccupati e premurosi soggetti di mezzo mondo, vistose e ripetute anomalie nel nostro sistema istituzionale non sembrano preoccupare quasi nessuno.

Lasciamo stare una certa rozzezza istituzionale, che vive una stagione prospera, e limitiamoci ai veri e propri strappi costituzionali. Uno in particolare, da solo, sembra in grado di produrre danni alla struttura del nostro impianto costituzionale: la grossolana, malintesa interpretazione di un concetto di per sè nobile, quello del “primato della politica”.

Nato come affermazione di principio gerarchico nel sistema delle responsabilità pubbliche , è via via degenerato nel considerare invasione della sfera politica qualsiasi assunzione di responsabilità da parte di organismi indipendenti, di alte burocrazie, di amministratori di enti pubblici, di titolari di funzioni terze. Senza rievocare il momento più basso di questo inizio di legislatura, l’intimidazione al capo dello Stato per l’uso legittimo di un proprio potere costituzionale(la mancata accettazione di una proposta di nomina a ministro da parte del presidente incaricato), i bersagli sono stati via, tra gli altri, il presidente dell’Inps Tito Boeri, i diretti collaboratori del ministro dell’Economia , i vertici della Banca d’Italia, della Consob, imputati di autonomia nella funzione; i magistrati ad ogni occasione, fino ad oggi; perfino il presidente della Camera, esortato, con un evidente abuso di competenza, a non «fare politica», «candidarsi» (evidentemente non riferito alla seconda carica dello Stato), a competere politicamente per avere diritto alla parola e alla difesa.

Messa da parte la meschinità nell’intimare il silenzio a chi non ha facoltà di replicare, questo atteggiamento, basato sui rapporti di forza politica, incrina un baluardo del sistema costituzionale (parlamentare o presidenziale , proporzionale o maggioritario che sia ): la separazione dei poteri, la reciproca autonomia delle funzioni costituzionali, l’assenza di una gerarchia tra le medesime.

Regimi autoritari, anche ai tempi in cui viviamo e non lontano da noi, sono germinati dalla affermazione non contrastata di un potere assoluto, superiore a qualsiasi altro, non bilanciato; e hanno portato al dilagare della funzione di governo e alla sottomissione delle altre prerogative.

Tra le funzioni umiliate, quelle delle Camere, tutte: legislative, inquirenti, ispettive, di indirizzo e controllo. Non si praticano più. Nulla è stato inventato da questa formazione governativa, rispetto al passato: se non il salto di qualità del superamento del limite della consapevolezza. Superando il quale si spalanca la porta dell’uscita dal sistema costituzionale parlamentare: senza rimpianti per la neghittosità istituzionale dei leghisti, con il miraggio di una democrazia senza delega e senza responsabilità per l’incoscienza dei cinquestelle. Il risultato, la mortificazione della funzione parlamentare, l’enormità non già dei vitalizi di parlamentari espressione degli elettori, ma delle attuali indennità percepite senza vergogna da soggetti demansionati, come dimostra la vicenda avvilente della nave Diciotti e della modalità di decisione in Senato.

Un sistema senza parlamento, una democrazia senza equilibrio dei poteri e delle funzioni. Siamo ai margini della appartenenza piena ai sistemi democratici. Con il corredo di competenze ministeriali conquistate con la prepotenza: vari ministri degli esteri, rientrati nei ranghi per l’ennesimo esercizio di supplenza del capo dello Stato; un ministro dell’Interno che staziona nelle campagne elettorali regionali che si susseguono, e ignora la situazione drammatica dell’ordine pubblico dei territori in cui è oramai lo Stato ad infiltrarsi e le mafie – una per regione del Mezzogiorno e una per etnia -, a dilagare nell’economia e nelle istituzioni. Delle stazioni ferroviarie infrequentabili dai cittadini, delle aree riservate allo spaccio di stupefacenti, dove giovanissimi ragazzi bruciano la loro stessa vita. Di questo ancora non sembra cosciente questa strombazzante stagione del ministero più istituzionale.

In definitiva,le istituzioni non stanno meglio dell’economia: in più, difficilmente si rigenerano, come succede dopo le crisi economiche e sociali. Finiscono nelle mani degli uomini, quando le regole vengono stravolte, senza i segnalatori che avvertono del cedimento dei parametri economici e dei rischi connessi. Non ci sono agenzie di rating ad indicare i rischi istituzionali. C’è, sempre più solo, il presidio di tutti i valori costituzionali,al Quirinale.

montesquieu.tn@gmail.com

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