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Referendum propositivo, restano i nodi delle leggi di spesa e penali

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L'Analisi |Quale democrazia “diretta”

Referendum propositivo, restano i nodi delle leggi di spesa e penali

Con il primo sì della Camera l’istituto del referendum propositivo fa per la prima volta capolino nel nostro ordinamento (foto Ansa)
Con il primo sì della Camera l’istituto del referendum propositivo fa per la prima volta capolino nel nostro ordinamento (foto Ansa)

Con il primo sì della Camera l’istituto del referendum propositivo fa per la prima volta capolino nel nostro ordinamento. Dopo il taglio del numero dei parlamentari, il M5s può dunque piantare la bandiera della democrazia “diretta” in vista delle elezioni europee.

E si tratta, se il processo di revisione costituzionale dell’articolo 71 della Carta andrà in porto (serve la doppia lettura di Camera e Senato con un intervallo di almeno tre mesi tra la prima e la seconda lettura), di un inedito assoluto nelle democrazie occidentali: il referendum propositivo, ossia la possibilità da parte del corpo elettorale di approvare direttamente una proposta di legge “sostituendosi” al Parlamento, esiste solo in alcuni stati di repubbliche federali come è il caso della California negli Usa. Quanto alla Svizzera, spesso portata ad esempio dai fautori del referendum propositivo, c’è una differenza basilare con il sistema in via di approvazione in Italia: sono sottoponibili a referendum solo proposte di modifica costituzionale e non proposte di legge ordinaria.

La materia è dunque delicatissima e riguarda la sostanza e il futuro della democrazia rappresentativa. E come insegna il caso della richiesta di autonomia da parte delle Regioni del Nord in conseguenza della riforma del Titolo V della Costituzione approvato nell’ormai lontano 2001 dall’allora maggioranza di centrosinistra, gli effetti - anche perversi - delle modifiche costituzionali possono manifestarsi a distanza di molti anni.

Va detto che il testo approvato è molto diverso da quello presentato inizialmente dalla maggioranza M5s-Lega, e va dato atto al ministro Riccardo Fraccaro e alla relatrice Fabiana Dadone, entrambi del M5s, di aver accolto molti emendamenti dell’opposizione e anche della Lega migliorando notevolmente il testo.

Innanzitutto è stato introdotto il quorum approvativo del 25% laddove inizialmente era assente (la proposta referendaria diventa legge se i sì superano i no e se equivalgono ad almeno il 25% dell’elettorato nel suo complesso). È poi saltato il meccanismo inizialmente previsto del “ballottaggio” tra la proposta popolare e la legge eventualmente approvata dal Parlamento, meccanismo che tante critiche aveva ricevuto per il rischio di un conflitto tra volontà popolare e Camere che avrebbe finito per delegittimare e sfiduciare queste ultime. E infine, con il giudizio integrale e non solo di ammissibilità della Corte costituzionale nella fase istruttoria del referendum (dopo la raccolta di 200mila firme sulle 500mila necessarie) , secondo molti esperti è superato implicitamente il problema dei limiti di materie: sarà la Consulta a valutare, prima che la consultazione abbia luogo, l’impatto della proposta del comitato referendario sull’intera costituzione.

Non c’è dubbio, dunque, che il testo sia stato migliorato durante questo primo esame della Camera. Tuttavia restano forti criticità, soprattutto riguardo ai limiti di materie: il paracadute della Consulta che è stato introdotto è sufficientemente ampio? Vari costituzionalisti continuano a ritenere necessario mettere “paletti” espliciti sulle materie escludendo in particolare le leggi di spesa e tributarie, come già previsto dall’articolo 75 della Costituzione per il referendum abrogativo, e le leggi penali.

Teoricamente potrebbe essere approvata una contro-manovra tramite due o tre referendum, con l’impatto che si può immaginare sui nostri conti pubblici e sulla faticosa trattativa con la Commissione Ue che vede ogni anno impegnati i nostri governi. Quanto alle leggi penali, è anche qui facile immaginare il rischio di plebiscitarismo antigarantista su materie sensibili come la sicurezza e l’ordine pubblico. Vero che il giudizio preventivo della Consulta limita di molto questo rischio, ma è pur sempre possibile legiferare al “limite” dei principi costituzionali andando a impattare di contro sulla giurisprudenza penale.

Al di là dei limiti di materie, è lo strumento in sé - proprio perché molto innovativo - a porre quesiti che non trovano al momento risposte soddisfacenti. Ad esempio, a chi dovrebbe rinviare il testo il Presidente della Repubblica in caso di dubbi? Ora il rinvio presidenziale è alle Camere, ma se viene approvata la proposta referendaria si dovrebbe rinviare al corpo elettorale? Inoltre la lodevole eliminazione del “ballottaggio” non ha superato il problema del possibile conflitto tra corpo elettorale, promosso a legiferatore diretto, e Parlamento: se nei 18 mesi che separano l’avvio dell’iter referendario dalla celebrazione del referendum il Parlamento decidesse di intervenire sulla materia promulgando una legge un po’ diversa dalla proposta referendaria e si decidesse quindi di indire lo stesso il referendum che cosa accadrebbe? In caso di responso positivo delle urne entrerebbe in vigore la legge del “popolo” e decadrebbe quella del Parlamento. Che sarebbe di fatto sfiduciato, anche se indirettamente.

Insomma, i possibili impatti della democrazia “diretta” sul nostro ordinamento sono molteplici. E non tutti prevedibili. Per dirla con un presidente emerito della Consulta molto critico sul punto come Giovanni Maria Flick, «l’articolo 1 della Costituzione stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituziona”. Con il referendum propositivo si toccano proprio quelle forme e quei limiti». Certo, la risposta alla domanda dei cittadini di maggiore partecipazione non può essere una non risposta. Ma un sovrappiù di riflessione sullo strumento messo in campo, approfittando dei tempi lunghi delle modifiche costituzionali, sarebbe più che utile. Doveroso.

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