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Se M5S e Lega prendono sul serio la “provocazione” di FdI su…

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L'Analisi |LA PROPOSTA DI «STATALIZZARE» L’ISTITUTO

Se M5S e Lega prendono sul serio la “provocazione” di FdI su Bankitalia

A dieci giorni dallo stop del Movimento 5 Stelle alla nomina del vicedirettore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, una mossa cui s’è poi allineata la Lega di Matteo Salvini con la richiesta vicentina di “azzerare” i vertici di via Nazionale e della Consob, oggi in Parlamento si è tornato a discutere della nostra banca centrale. Ma questa volta su iniziativa di una forza d’opposizione.

Nel pomeriggio la Commissione Finanze della Camera, presieduta da Carla Ruocco, ha avviato l’esame di una proposta di legge presentata subito dopo le elezioni dalla leader dei Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che punta a riportare la Banca d’Italia sotto il controllo diretto dello Stato. Il testo, n. 313, è controfirmato tra gli altri da Guido Crosetto, che lo scorso ottobre ne aveva parlato al Sole24Ore come una sorta di «provocazione», visto che l’appartenenza all’Eurosistema “blinda” l’autonomia e l’indipendenza di Bankitalia.

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Ma vediamo che cosa si vuol fare. Con un salto indietro di quattordici anni si vorrebbe dare attuazione a una norma rimasta sulla carta (la legge 262 del 2005) e che prevedeva il possibile trasferimento allo Stato della proprietà del capitale della Banca d’Italia. Il tutto al valore nominale del 1936, quando pur con una struttura privatistica la Banca aveva partecipanti al capitale solo di natura pubblica. Allora il capitale valeva 300 milioni di vecchie lire o, meglio, 156mila euro di oggi. Una cifra lontanissima dai 7,5 miliardi rideterminati tra il 2013 e il 2015, con la revisione dello Statuto di via Nazionale e la dematerializzazione delle quote.

Un’idea della Meloni che potrebbe piacere a M5S e Lega
Su questo testo - Meloni, Crosetto e altri - potrebbe ora convergere l’interesse dei Cinquestelle, ha ammesso ieri Alvise Maniero, relatore del disegno di legge istitutivo di una nuova Commissione d’inchiesta sulle crisi bancarie già approdato in Aula alla Camera in versione identica a quella approvata al Senato e che dovrebbe essere approvato in via definitiva a giorni. Per non parlare degli interessi della Lega, a partire dal presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, Claudio Borghi, che vorrebbe invece una norma per chiarire che le riserve auree di via Nazionale «appartengono al popolo italiano». Anche se ieri Borghi ha un po’ preso le distanze: «Troppo complicato - ha detto a La Stampa - mettere mano al sistema delle quote». In ogni caso la «provocazione» dei Fratelli d’Italia potrebbe essere presa molto sul serio da una maggioranza vogliosa di sferrare un nuovo attacco a palazzo Koch.

Secondo i proponenti la rivalutazione a 7,5 miliardi, fatta qualche anno fa, ha rappresentato un regalo alle banche partecipanti al capitale, mentre chi è entrato dopo in virtù della ripartizione delle quote dovrebbe essere indennizzato. Ma la “provocazione” va oltre. Primo, perché secondo i FdI i partecipanti attuali, ovvero le banche private, potrebbero essere scalate un domani da intermediari stranieri. Secondo, perché non si capisce - come disse a suo tempo Crosetto - perché la Banca d’Italia, che tra l’altro detiene le riserve auree del Paese, «non debba essere controllata dal ministero dell’Economia o da soggetti pubblici».

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Le regole di indipendenza
Vale ricordare che con il nuovo Statuto nessun partecipante al capitale di Bankitalia può superare le 9mila quote (3%) e se lo fa la parte eccedente non ha diritti di voto né dividendi. Per Statuto, inoltre, i partecipanti e gli organi da essi eletti (Consiglio superiore e Collegio sindacale) non possono influire in alcun modo sulle attività istituzionali. Un principio rispettato per decenni con scrupolo assoluto, normato, e rafforzato nello Statuto Bce, che all’articolo 7 sancisce la totale indipendenza sia della Banca centrale europea sia delle banche nazionali dai governi e dalla politica. Ma in queste regole la maggioranza gialloverde e partiti come i Fratelli d’Italia hanno assai poca fiducia. Anzi, agli occhi di questa forze politiche l’autonomia di via Nazionale non è più una virtù da quando, secondo la loro narrazione, la Vigilanza avrebbe smesso di fare fino in fondo il suo dovere lasciando che si consumassero crisi bancarie che hanno bruciato i risparmi di migliaia di famiglie. Ma questa, appunto, è una narrazione. In larga parte smentita dalla conclusioni cui è giunta la vecchia Commissione d’inchiesta sulle banche, quella presieduta da Pier Ferdinando Casini.

Cinque banche sopra il 3%, tra cui Carige
Per la cronaca vale la pena concludere ricordando anche che il riassetto azionario del 2013 venne deciso a valle delle concentrazioni bancarie che negli anni precedenti avevano accresciuto la percentuale del capitale delle mani di pochi gruppi maggiori. All’epoca i sei principali quotisti detenevano l’83% del capitale, con eccedenze rispetto al nuovo limite, pari al 65%. Oggi i partecipanti, grazie alla cessione delle quote eccedenti sono diventati 123 (il dato è aggiornato al 8 febbraio scorso), con un’ottantina di nuovi arrivati dopo la riforma Letta: 6 assicurazioni, 8 fondi pensione, 9 enti previdenziali, 20 fondazioni di matrice bancaria, 42 banche e 8 casse previdenziali privatizzate che detengono attualmente il 14,53% del capitale avendo investito oltre un miliardo. Oggi restano solo cinque soggetti con quote sopra la soglia del 3% e i loro diritti congelati equivalgono a poco più del 40% del capitale. Sono Banca Intesa, Unicredit, CariBologna, Generali e Carige. Quest’ultima, commissariata dalla Bce, ha ottenuto l’8 gennaio scorso una garanzia di Stato, per decreto, finalizzata al rafforzamento patrimoniale in vista dell’aggregazione con un altra banca. Operazione che potrebbe essere accompagnata, tra l’altro, dalla vendita delle quote eccedenti del capitale di Bankitalia.

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