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Dal doppio mandato ai team territoriali, ecco il maquillage del M5S

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dopo il pranzo tra grillo, di maio e casaleggio

Dal doppio mandato ai team territoriali, ecco il maquillage del M5S

Da lunedì 25 febbraio, superato lo scoglio del voto sardo da cui i Cinque Stelle non si aspettano certo un exploit, entrerà nel vivo il percorso per trasformare il Movimento in partito. Il pranzo di giovedì all’Hotel Forum di Roma - attorno al tavolo Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio - ha portato a un accordo su tre novità principali: l’addio al vincolo dei due mandati a livello amministrativo, l’apertura alle liste civiche e una nuova organizzazione del M5S articolata in una squadra nazionale suddivisa per temi e in una rete di referenti regionali.

GUARDA IL VIDEO: Tutti i nodi della piattaforma Rousseau

Ciascuno dei tre commensali ha ottenuto qualcosa. Di Maio ha strappato a Casaleggio l’assenso sulla caduta del divieto di due mandati, tabù principe del Movimento. L’idea - che come le altre sarà sottoposta al voto online degli iscritti su Rousseau - è che i consiglieri comunali, e forse anche i sindaci, potranno correre dopo due incarichi per elezioni diverse, così come parlamentari, europarlamentari e consiglieri regionali potranno accedere a un terzo e quarto mandato nei Comuni. Per il leader M5S è la strada per rafforzare «la competitività» sul territorio, finora apparsa molto debole, persino con il Movimento al Governo. Per spendere candidati forti - è il ragionamento - occorre creare una classe dirigente esperta, che non disperda competenze e saperi e si apra di più alle imprese e alle associazioni.

In cambio, Casaleggio ha ottenuto la rassicurazione che la piattaforma Rousseau, gestita dall’Associazione omonima di cui il figlio di Gianroberto è presidente, amministratore e tesoriere, sarà usata più spesso. In sintesi: che la bandiera della democrazia diretta resterà centrale, senza essere “appannata” dall’organizzazione partitica. Da qui anche il monito di Di Maio ai dissidenti che minacciano di non votare in Aula al Senato per il salvataggio di Matteo Salvini sul caso Diciotti, come invece decretato dal 59% degli iscritti che si sono espressi online. «La democrazia diretta è la nostra forza», ha ribadito ieri Di Maio, elogiando i senatori contrari a concedere l’immunità che però hanno già annunciato che si allineeranno (come Matteo Mantero, Alberto Airola e Nicola Morra).

Grillo, dal canto suo, ha ottenuto la promessa di abbandonare l’appiattimento sulla Lega e di recuperare alcuni dei temi “fondativi” del Movimento, a cominciare dall’ambiente, dall’acqua pubblica, dall’economia circolare, dall’energia e dalle nuove tecnologie. Lotte sbiadite, anche per la potenza comunicativa del Carroccio sui suoi cavalli di battaglia, immigrazione e sicurezza in testa. Come i Cinque Stelle riusciranno però a rilanciare è tutto da verificare. Anche perché in quei settori le divergenze di vedute con i leghisti sono spesso enormi e tradurre gli slogan in provvedimenti è una via tutta in salita.

Ma Grillo non ha parlato soltanto per sé. Dà voce a quei parlamentari che si sentono di rappresentare «il 41%» del dissenso emerso nel voto su Rousseau in merito a Salvini. Quell’area «pronta a mobilitarsi», come ha avvertito il deputato Luigi Gallo, vicino a Roberto Fico. Che proprio il presidente della Camera sia stato sin dall’inizio l’antagonista di Salvini ci sono pochi dubbi. Che la sua linea sia stata finora ignorata, quando non derubricata a «posizione personale» (come quando invitò ad aprire i porti alle Ong), è ugualmente fuori discussione. L’operazione di riorganizzazione serve allora anche a recuperare le minoranze interne: nell’organigramma che si va costruendo ci sarà spazio per tutti, non soltanto per i “dimaiani” Doc. Un allargamento della struttura per allontanare le critiche di eccessivo verticismo e per consentire a Di Maio di condividere le responsabilità. Perché - e questo è il suo risultato più prezioso - per ora resta blindato nel ruolo di capo politico.

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