Italia

Riciclaggio, l’assedio delle mafie 4.0 all’economia del Nord

  • Abbonati
  • Accedi
Allarme infiltrazione

Riciclaggio, l’assedio delle mafie 4.0 all’economia del Nord

«Oggi per fare il mafioso devi essere un mafioso tecnico, devi essere potente, imprenditore», assicura un camorrista intercettato nell’inchiesta della Dda di Venezia sull’infiltrazione casalese in Veneto. L’obiettivo delle mafie è diversificare il business, passando dall’illecito al lecito, in un «sistema» di riciclaggio che coinvolge imprese di vario livello. Difficile contrastare il passaggio da una criminalità prevalentemente “rurale” a una mafia «4.0», tecnologicamente avanzata. Che nei primi 6 mesi del 2018 è stata scandagliata mappando oltre 3mila “reati spia” (per l’esattezza 3039 tra riciclaggio, autoriciclaggio, usura, ecc.) che sono il primo indicatore per individuare dove si annida di più il rischio della mafia finanziaria.

Il III° Reparto operazioni del Comando generale della Guardia di finanza, coordinato del generale Giuseppe Arbore, per scovare le imprese in odor di mafia ha messo a punto quattro alert: il tasso di crescita dell’impresa, il trasferimento di personale, l’intestazione a soggetti inesistenti o che presentano caratteristiche non in linea con il ruolo dirigenziale e il compimento di determinati negozi giuridici.

LA MAPPA DEL RISCHIO

Il terzo obiettivo della Gdf
Il contrasto alla criminalità organizzata è il terzo obiettivo della circolare diramata dalle Fiamme Gialle. Si definisce l’analisi di rischio che deve essere adottata nelle operazioni, ancor di più in quelle ad alta pericolosità: «Tra queste meritano attenzione - spiega Arbore - le operazioni di rilevante ammontare realizzate con un elevato utilizzo di contante o effettuate da persone giuridiche collegate con Paesi che garantiscono l’anonimato societario, o evidenziano lacune nelle regole antiriciclaggio o si riferiscono a schemi negoziali a interrompere in nesso tra entità legale e titolare effettivo». Un esempio su tutti: «Trust o interposizioni fiduciarie nazionali ed estere», continua Arbore. La posizione degli imprenditori è, dunque, sempre più sotto la lente.

Il denaro sporco riciclato
Il «falso nummario», utilizzando carta filigranata che supera i controlli di genuinità dei rilevatori ottici, può anche fruttare fino al 50% del valore delle banconote. I canali di approvvigionamento di denaro sporco sono molteplici: tolti gli storici business - come la droga, le armi e la prostituzione - le mafie «4.0» (‘ndrangheta, camorra e cosa nostra) possono contare su sofisticati strumenti finanziari, investendo denaro sporco in settori solo in apparenza leciti, come l’intrattenimento, le costruzioni e i servizi di alloggio e ristorazione, soprattutto del Nord Italia.

I dati del primo semestre 2018 della Dia, al comando del generale dell’Arma Giuseppe Governale, evidenziano come la Lombardia sia tra le regioni più “aggredite” dalle mafie in termini di riciclaggio di denaro sporco: 313 casi, che portano la regione al di sopra delle aree dalla storica presenza mafiosa. Parallelamente anche la Liguria è tra le regioni più “aggredite”. Come la Lombardia ha una presenza di ‘ndrangheta, al punto da avere una Camera di controllo, struttura di raccordo tra le unità periferiche della criminalità organizzata calabrese, e una Camera di passaggio, che garantisce la continuità operativa e strategica tra i gruppi nazionali e quelli presenti nei territori di origine. In particolare, la Dia ha individuato nelle cosche in Liguria una «strategia della mimetizzazione», tale da essersi infiltrata in parte del tessuto politico-amministrativo locale, cercando così di occupare posizioni sempre più privilegiate in diversi settori economici. Precedenti indagini hanno provato interessi nel movimento terra, tanto da far sollevare un timore di infiltrazione mafiosa nei futuri subappalti per la ricostruzione del ponte Morandi.

Professionisti a rischio
Incrociando i dati Dia con quelli della Guardia di Finanza, la categoria dei notai resta quella che segnala maggiormente operazioni sospette (l’85% del totale). Le verifiche, però, confermano che il mondo dei professionisti risulti ancora poco sensibile all’obbligo di segnalazioni. Nel primo semestre 2018, la Dia ha mappato una maggiore propensione del Nord a fare sos (il 46,4% del totale è giunto dal Nord, il 19,5% dal Centro e il 33,7% da Sud e isole). Nello stesso arco temporale i professionisti denunciati o arrestati per mafia sono stati 3.278.

Gli alert
Questo è il volto consolidato delle mafie: inclini a forme di imprenditoria avanzate nelle regioni più produttive, capaci di entrare in possesso di società decotte e riuscire ad “aggredire” i finanziamenti previsti dal Mise e dal Mef, ma anche di riuscire ad avviare business nella Santa Sede, come dice un mafioso finito nelle intercettazioni della Dda di Venezia: «Io entro in Vaticano accompagnato da monsignor… si mettono sull’attenti». Le rielaborazioni restituiscono retroscena inquietanti sul potere di «penetrazione» mafioso nel tessuto produttivo, tanto che nel primo semestre 2018 sono stati arrestati o denunciati 6.954 imprenditori.

Fondi Pmi
Tra le forme di inquinamento dell’economia, gli investigatori hanno individuato il tentativo di impossessarsi di finanziamenti pubblici. C’è il caso della Navitec, una srl utilizzata dalla camorra per «una frode al Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese Pmi, che fornisce la garanzia pubblica in favore degli istituti bancari». Una truffa che avrebbe consentito all’organizzazione di ottenere 750mila euro. Secondo gli analisti dell’Antimafia, il caso di Navitec è emblematico, perché l’organizzazione aveva utilizzato «le diverse capacità e professionalità, impiegate al meglio per acquisire una società inattiva, costruirne l’apparenza di una società attiva, costruire l’apparenza di una buona affidabilità e, infine, fabbricare debiti verso fornitori per importi ingenti e causali plausibili, tali da superare i controlli delle società incaricate del vaglio sulle richieste di finanziamento».

© Riproduzione riservata