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Primarie Pd, stravince Zingaretti. Per lui ora la sfida dell’unità

La mattina dopo le lunghe file ai gazebo nelle grandi città due dati emergono con forza, e sono dati confortanti per il Pd e per tutto centrosinistra: contrariamente alle previsioni della vigilia, che davano la partecipazione di poco inferiore al milione, l’affluenza dei militanti e degli elettori per scegliere il successore di Matteo Renzi è stata molto alta: oltre 1 milione e 800mila, più o meno la stessa cifra delle ultime primarie del 2017. Un successo che appartiene a tutto il Pd, vincitori e perdenti, e che dice come già accaduto in passato che il “popolo” dem guarda più avanti dei suoi stessi dirigenti chiedendo unità, opposizione rigorosa e costruzione di un’alternativa di governo.

GUARDA IL VIDEO - Primarie Pd: risultati a confronto da Veltroni a Zingaretti

Il secondo dato, politicamente ancora più importante del primo, è la netta affermazione di Nicola Zingaretti, il che spazza di un sol colpo i giochi di correnti che già stavano organizzandosi dietro le quinte in vista della proclamazione dei risultati che avverrà nell'assemblea nazionale del 17 marzo: oltre il 65%, ben oltre la maggioranza necessaria a gestire in autonomia gli organi decidenti del partito, direzione e assemblea, mentre Maurizio Martina si è fermato attorno al 20% e Roberto Giachetti attorno al 12%. È stato in particolare il Centro-Nord a premiare Zingaretti, sebbene non vi sia area in cui non abbia raggiunto e superato abbondantemente la soglia del 50%: secondo i dati di YouTrend, si è affermato con il 68,15% al Nord, con il 66,53% nella “zona rossa” (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche) e con il 59,43% al Sud.

Certo, c'è la tendenza di militanti ed elettori a rafforzare il segretario in pectore come sempre accaduto in passato, ma non vi è dubbio che il voto espresso indica la volontà di voltare pagina e andare oltre i 7 anni segnati nel bene e nel male dalla forte leadership di Renzi. E lo stesso ex leader sembra prenderne atto, scegliendo di usare parole di miele: «Una vittoria bella e netta, da parte mia nessuna guerriglia come quella che ho subito io». Il risultato delle primarie 2019, unito ai segnali di ripresa del centrosinistra oltre il 30% che sono arrivati dalle regionali in Abruzzo e Sardegna, tolgono obiettivamente acqua all’ipotesi di creare un nuovo partito renziano che guardi più al centro. E questo è senz’altro un bene.

Da parte sua Zingaretti, e gliene va dato atto, ha usato durante la campagna degli ultimi giorni parole più che rispettose nei confronti di Renzi senza marcare troppo la critica ai governi del Pd della scorsa legislatura. E la decisione già presa di proporre la nomina dell’ex premier Paolo Gentiloni a presidente del partito va in questa direzione: andare oltre senza rinnegare le riforme messe in campo negli ultimi anni.

Ora per il neo segretario la prima sfida è appunto quella dell’unità: tenere insieme la sinistra che sembra essersi riavvicinata al Pd nella domenica dei gazebo e l’ala renziana del partito ancora molto forte nei gruppi parlamentari. E ciò significa non dare alibi per una possibile scissione a destra riaprendo la porta ai fuoriusciti bersaniani o accelerando sul fronte del “dialogo” con un M5s in evidente difficoltà. Non a caso nelle sue prime dichiarazioni Zingaretti ha voluto escludere accordi con una delle due forze della maggioranza (né M5s né Lega) in caso di collasso del governo dopo le europee di maggio: nessun governo di unità nazionale per mettere a punto la manovra lacrime e sangue del prossimo anno, in caso meglio le urne.

E non a caso il rientro del gruppo dirigente di Mdp uscito dal partito nel 2017 non è in agenda: piuttosto il neosegretario sta lavorando alla candidatura alle europee come capilista di alcune personalità vicine alla sinistra ma estranee alle vecchie nomenclature come Giuliano Pisapia e Massimo Cacciari. In agenda, invece, il tentativo di convincere Più Europa e la formazione dell'ex M5s Federico Pizzarotti a correre uniti alle europee con una lista - come vuole Calenda – che faccia anche a meno del simbolo Pd. Una strada difficile, in salita, ma l’unica percorribile per costruire una reale alternativa di governo.

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