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Porti: ecco perché devono essere “aperti”. Strategie di attracco

A volte per progettare il futuro bisogna partire dal passato. Trieste, il più grande porto d'Italia, lo fa, tornando al 18 marzo 1719. Perché è esattamente in quel giorno che Carlo VI d'Asburgo istituì il Porto Franco. Sono passati 300 anni; Trieste è stata, anche grazie all'illuminata Maria Teresa, il glorioso porto dell'Impero austroungarico, e ora è qui, magica e quasi addormentata. Perché ripartire dal 1719? «Perché, in un momento in cui il mondo sembra chiudersi su se stesso, è importante guardare al passato e all'audacia di una decisione così moderna», spiega a IL Zeno D'Agostino, presidente del Porto di Trieste. «Nel 1719, quando ancora si pagava un dazio per andare dalla campagna alla città, il Porto Franco ha significato apertura, sogni, progresso.

Ha aperto la città dal punto di vista economico, sociale e religioso. Perché non riprovarci adesso?». D'Agostino pensa al mondo come una grande mappa piena di opportunità. Del resto, è presidente di Assoporti, e da qualche mese anche vice-presidente di Espo, European Sea Ports Organization. Con un entusiasmo – si spera – contagioso. «È il momento di andare oltre l'idea degli Stati nazione e del protezionismo, bisogna puntare sulle interconnessioni: lo dice uno studioso che cito sempre, Parag Khanna, quarantenne stratega geopolitico, nel suo acuto Connectography». Lei parla spesso di una nuova Via della Seta… «Sì, perché oggi l'Oriente si apre. E perché la scelta cinese di investire nel Pireo ha spostato il baricentro della portualità da Amburgo all'Adriatico. Il Sud Europa può dunque avere un ruolo cruciale nel nuovo traffico merci. E i cinesi sono molto interessati a investire».

Lei viaggia molto per i porti del mondo: uno, in particolare, che l'ha colpita? «Sarebbe facile rispondere Rotterdam, Shanghai, o Singapore. Invece dico Duisburg, che tra l'altro non è sul mare: perché l'ex zona industriale della Ruhr ha saputo reinventarsi, dagli anni Novanta, ed è ora l'inland per i porti del Nord Europa, da Rotterdam ad Anversa. Agendo sull'esistente, senza seguire logiche di mega progetti come a Dubai. È quello che io vorrei per Trieste». Intanto anche nel golfo i nuovi progetti sono partiti. «FREEeste, la nuova free zone industriale», spiega: «300mila metri quadri, logistica e stoccaggio in punto franco, ferrovia e terminal intermodale e collegamento diretto con l'autostrada. E poi la nuova stazione ferroviaria di Campo Marzio».

E ovviamente si celebra il 1719 con un anno di eventi: anche con una tazza “da collezione” di Illy, l'impero del caffè, che qui nel golfo è nato ed è rimasto. Da Trieste volo a Rotterdam, il porto più importante d'Europa, che guarda al futuro. «Soprattutto alle nuove scommesse: la digitalizzazione e la transizione energetica, per diventare un bio-port», spiega a IL Tie Schellekens, della Port Authority. Il punto di forza è lo spingersi sempre più in là, anche geograficamente: ora, alla fine dei 45 chilometri di porto, c'è una terra nuova affacciata sul Mare del Nord, Tweede Maasvlakte, fatta di reclaimed land con quintali di sabbia, con sofisticati impianti di stoccaggio, terminal, navi e container.

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