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Perché la Francia può fare affari con la Cina senza cambiare politica

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Perché la Francia può fare affari con la Cina senza cambiare politica

(Afp)
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Esiste l’economia. Esiste la politica. Ed esiste il potere, che è una miscela di questi due elementi.

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La magnitudo finanziaria – concreta, consistente - degli accordi stretti dalla Francia con la Cina non ha cambiato sullo scacchiere internazionale né il posizionamento della Francia né il posizionamento della Cina. Il valore economico – meno concreto, meno consistente – degli accordi stretti dalla Italia con la Cina ha invece cambiato il posizionamento dell’una e dell’altra.

La Cina, che soprattutto con la leadership del presidente della Cina e segretario generale del Partito Comunista Cinese Xi Jinping ha costruito una politica fondata su una strategia di influenza crescente, è diventata più forte rispetto a prima della firma del Memorandum of Understanding. Lo scenario imperiale riservato a Roma a Xi Jinping ha assegnato – con la forza dei simboli che è altrettanto importante rispetto alla forza dei soldi – uno status e una partnership politica che mai ha avuto con un altro Paese membro del G8. L’Italia, che dalla fine del Novecento basato sulla contrapposizione fra blocco occidentale e blocco sovietico sta sperimentando una crescente marginalizzazione e uno sfibrante indebolimento, è diventata un’altra cosa rispetto a prima della firma del Memorandum of Understanding.

La Francia e la Germana hanno strutture diplomatiche solide e orientate al business e dispongono di grandi imprese che, in Cina, fanno affari fin dagli anni Settanta. L’Italia ha sempre scontato, nei confronti di essa, tre problemi. Il primo problema è la scarsa attitudine economica delle nostre feluche ad appoggiare le aziende impegnate all’estero. Il secondo è una tradizione di politica estera che all’atlantismo ha unito – fin dalla Democrazia Cristiana di Aldo Moro e di Giulio Andreotti – una maggiore attenzione all’Africa e al Medio Oriente. Il terzo problema è una precisa parabola della fisiologia del nostro sistema industriale: negli ultimi 25 anni l’Italia ha sperimentato il ridimensionamento della grande impresa pubblica e privata, la fine della cultura industriale e della internazionalizzazione di matrice Iri e il ritiro – su posizioni da rentier o da investitori finanziari – delle famiglie storiche del capitalismo italiano dello scorso secolo e l’incapacità delle medie aziende di diventare grandi aziende. Tutto ciò ha reso molto complicato per le imprese italiane muoversi – in una solitudine per nulla splendida – nella enigmatica realtà cinese.

Adesso, appunto, c’è una copertura di questo ritardo da parte del Governo con un gesto politico e di relazioni internazionali che, con questi ritardi strutturali, ha però poco a che fare. La copertura di questo ritardo, avvenuta mentre in tutto il mondo esiste una rimodulazione degli equilibri di potere e di ogni dimensione della vita pubblica, ha un profilo politico preciso. Contribuisce a spingere – poco o tanto? non sappiamo – l’Italia al di fuori del perimetro atlantico, che nonostante l’imporsi del populismo trumpiano esiste ancora. Garantisce alla Cina non soltanto un tassello commerciale in più al mosaico della Via della Seta, ma soprattutto le permette di proseguire nell’allargamento delle sua aree di influenza: Asia, Africa, Grecia, Est Europa e ora Italia.
L’industria è l’industria. Le infrastrutture sono infrastrutture. Le reti sono le reti. Ma la politica – quando diventa preminente – assegna a ogni trattativa, a ogni contratto, appunto a ogni Memorandum of Undestanding un valore politico – e di potere – che li trascende e che – qualunque giudizio politico, appunto politico, si dia a questo fenomeno – li segna profondamente.

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