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Ospedali senza medici: le regioni richiamano i pensionati e ingaggiano stranieri

Apripista il piccolo Molise, la “febbre” di richiamare in servizio i medici in pensione sembra diffondersi a macchia d’olio tra le Regioni. Sarà forse una provocazione davanti ai concorsi che per le specialità più carenti vanno deserti, ma tant’è. Alla ricerca di camici bianchi in quiescenza decisa nei giorni scorsi dal commissario molisano alla Sanità Angelo Giustini, si è aggiunta quella del presidente del Veneto Luca Zaia (1.300 le carenze d’organico stimate dalla Regione) e da ultimo il reclutamento in Friuli Venezia Giulia dei primi tre medici pensionati – un anestesista e due ginecologi – per l’ospedale pediatrico Burlo Garofolo di Trieste.

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Una classica soluzione-tampone – affermano anche in questo caso i vertici della Regione – che suona anche come appello al Governo. «Dobbiamo avere una forte interfaccia con Roma, negli anni scorsi si è dimenticato il problema della mancanza di personale medico», ha affermato il governatore Massimo Fedriga. E poi: «Servono risorse da investire per le specializzazioni, che sono troppo poche, e inoltre noi non riusciamo a formare abbastanza medici rispetto al fabbisogno. Abbiamo bravissimi ragazzi – chiosa Fedriga – che finiscono percorsi di studio: diamo loro l’opportunità di diventare medici nella propria terra e di dare un servizio per la propria gente».

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Il gap di personale medico e sanitario in generale è ormai un nodo non più rinviabile: non a caso nei giorni scorsi Regioni e Governo hanno siglato un’Intesa (in forma di schema emendamento da traghettare attraverso il decreto Calabria) per sbloccare le assunzioni il cui budget era stato congelato ai livelli di spesa 2004 (-1,4%). Un fattore che negli anni ha contribuito a svuotare le corsie e i pronto soccorso, insieme con il blocco del turnover nelle Regioni in Piano di rientro, con l’accentuarsi della gobba pensionistica (che raggiungerà il suo apice nel prossimo quinquennio) e soprattutto con la programmazione sballata dei fabbisogni, che ha prodotto l’imbuto formativo in cui sono impigliati circa 10mila medici in attesa di specializzazione.

Aggiornato il tetto di spesa per gli operatori Ssn al livello 2018 – con tanto di meccanismi premiali per le Regioni virtuose – la ministra Giulia Grillo ha promesso 41mila assunzioni in più, inclusa soprattutto la quota parte di precari per i cui contratti atipici si sarebbero spesi - secondo stime che il ministero tiene “secretate” – 3,28 miliardi. Ma la bozza di emendamento che libera i contratti continua a non tranquillizzare i sonni di Regioni e medici. Lo sblocco in sé è una buona notizia ma le stime dei nuovi assunti lasciano più di un punto interrogativo. Intanto, i precari da stabilizzare sono già attivi nel Ssn e quindi non inciderebbero nel rimpolpare il personale. Poi: «Se guardiamo indietro al 2009 – spiega il segretario dell’Anaao Assomed Carlo Palermo – la perdita di personale ammonta a ben 46mila unità nel 2017. Medici e infermieri in primis che mancano all’appello: assumerli richiederebbe almeno 2 miliardi. Ci chiediamo: le risorse ci sono»?

La carta Romania. L’azienda sanitaria foggiana cerca una sua via per tappare i buchi di medici specialisti. Una carenza che il direttore generale Vito Piazzolla definisce drammatica, tanto da aver costituito un nucleo di crisi alla ricerca di una possibile soluzione. «Le nostre strutture sono in ginocchio, non vogliamo lasciare nulla d’intentato – ha dichiarato a Radio24 Piazzolla –. Abbiamo lanciato un “mayday” cui hanno risposto i colleghi rumeni e i nostri uffici risorse umane stanno studiando questa possibilità. In un primo momento suonava quasi come una provocazione, ma ci mancano 135 professionisti tra anestesisti rianimatori, ortopedici, pediatri e medici del pronto soccorso. Potremmo assumerli, ma il punto è che per queste specialità non si trovano».

Il gap a livello nazionale, lo ricordiamo, ammonterà nel complesso a 16.500 dottori specialisti da qui al 2025. Le borse disponibili non bastano e anche nei giorni scorsi la Federazione dei medici ha rilanciato la richiesta di 10mila contratti di formazione (tanti quanti sono i medici in attesa) da finanziare subito per sbloccare l’impasse. Nel frattempo, tutti alla ricerca di soluzioni alternative. Camici bianchi già pensionati (ma in Veneto il sindacato Anaao Assomed ha fatto ricorso al Tar), professionisti stranieri, medici a gettone. Palliativi alla vera carenza: la mancata programmazione che ha afflitto il settore per anni. La ministra Grillo ha rilanciato una possibile scorciatoia: «I tanti medici che rimangono bloccati tra la laurea e la scuola di specializzazione bisogna iniziare a farli lavorare prima, con mansioni magari inferiori, però cominciare a inserirli nel circuito del mondo del lavoro». Pollice verso invece sulle richieste spot: «Vorrei vietare la pratica dei medici che lavorano a gettone o su chiamata – ha affermato ancora Grillo – perché non dà al cittadino la garanzia che la qualità del servizio sia adeguata. Abbiamo tolto i voucher e abbiamo i gettoni per i medici? Una follia». Eppure la tendenza è pure quella: medici, anche stranieri, arruolati pro tempore dalle strutture magari aspettando di bandire un concorso e poi congedati, talvolta non pagati o con contratti capestro. E anche se sindacato e Federazione medici parlano di un «fenomeno residuale» – ai dottori e agli infermieri stranieri che vivono da anni in Italia, si ricorre e come.

«Da inizio 2018 a oggi ci è arrivata una richiesta di almeno mille medici – afferma Foad Aodi, presidente dell’Amsi, Associazione medici di origine straniera in Italia e consigliere dell’Ordine di Roma -. Le offerte arrivano soprattutto dal Nord Italia e riguardano le maggiori carenze: ortopedici, anestesisti, medici dell’emergenza, neonatologi, pediatri e chirurghi generali. Noi le smistiamo ai nostri iscritti che valutano se accettarle o meno». Non sempre sono proposte interessanti: «Ospedali, cliniche o centri di fisioterapia propongono contratti a termine – spiega il presidente Amsi - che svaniscono quando si bandisce un concorso. Perché i professionisti stranieri cui manca la cittadinanza, pur avendo ottenuto l’equiparazione dei titoli, ai concorsi pubblici per legge non sono ammessi». Tra accesso a ostacoli e stipendi bassi – da noi uno specialista di prima nomina guadagna la metà circa di un collega europeo – il paradosso è che anche i medici stranieri, arrivati negli anni scorsi dall’Est europeo, a partire da Albania e Moldavia, e oggi sempre più da Siria, Egitto e Tunisia a cercare lavoro in Italia, cominciano ad abbandonare il campo. «I vuoti su alcune specialità contribuiscono ad aumentare la chiamata di medici stranieri – sintetizza Foad Aodi – ma allo stesso tempo l’Italia è sempre meno attrattiva: registriamo un +20% di medici intenzionati a tornare a casa». E gli infermieri? Qui sembra tornare in auge il fattore Romania, da cui proviene oltre la metà dei 20mila nurse stranieri iscritti all’Ordine nel 2018.

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