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Privatizzazioni e spending review: la scommessa di Tria per “salvare” i conti pubblici

Nella costruzione degli obiettivi di crescita del Def ha vinto la «prudenza» rivendicata dal titolare dell’Economia Tria. Ma anche fra tanta cautela il documento non è avaro di ambizione. Soprattutto su due versanti, essenziali per tenere il percorso di finanza pubblica appena approvato dal governo: la nuova (ennesima?) edizione della spending review. E il nuovo (ennesimo?) tentativo di privatizzazioni.

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Tagli automatici e non
I ministeri hanno già imbracciato le armi per difendersi dalla scure che calerà a luglio sui loro bilanci con il congelamento definitivo per tutto il 2019 dei 2 miliardi di spesa indicati dal Governo Bruxelles a garanzia degli obiettivi di finanza pubblica concordati alla fine dello scorso anno: obiettivi, come si ufficializza nel Def, che non sono stati rispettati.
Anche se i tagli sono già stati individuati, la partita si annuncia aspra e non certo beneagurante per la nuova fase di spending review su cui il ministro Tria, come si legge nel Documento di economia e finanza approvato martedì scorso, scommette per puntellare in qualche modo i conti nei prossimi tre anni. Una revisione delle spesa non proprio aggressiva quella immaginata al Mef, visto che il Governo “pentaleghista” conta di risparmiare 2 miliardi nel 2020, replicando di fatto la stretta prevista per quest'anno, per poi far salire l'asticella a 5 miliardi nel 2021 e a 8 miliardi nel 2022.

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La storia insegna
Ma il precedente della “spending 2018”, l'ultima targata Gentiloni-Padoan, non è incoraggiante. Come emerge dalla relazione sul monitoraggio degli obiettivi di spesa dei ministeri per il 2018-2020, che è allegata al Def, il taglio di un miliardo in via strutturale stabilito dall'ultima manovra varata da un esecutivo a guida Pd è stato sì sostanzialmente realizzato, ma in molti casi il Governo è dovuto ricorrere a più di una “toppa” in sede di assestamento di bilancio per colmare le non poche “defaillance” di vari dicasteri. Le conclusioni cui si giunge nel dossier parlano da sole: «Appare certamente utile per migliorare l'efficacia della procedura agire anche sul fronte delle competenze, capacità e cultura amministrativa; sulla maggiore disponibilità di dati sulle attività delle amministrazioni, sui destinatari della spesa, sulla qualità dei servizi e sulla scarsa pratica di valutazione delle politiche pubbliche». La strada della nuova fase di spending review si presenta insomma tutta in salita.

Sul mercato (che non c’è)
Ancora più ambizioso è il programma di privatizzazioni da 18 miliardi, un punto di Pil, confermato dal Documento. Nato a dicembre per tracciare una linea in discesa del debito pubblico, ora rimane nei tendenziali, ma con uno scopo diverso: quello di evitare un'impennata ulteriore del passivo, che senza privatizzazioni arriverebbe al 133,6-133,8% del Pil. Un dato indigesto da presentare a Bruxelles e sui mercati. Cambia la funzione, ma restano inalterate le difficoltà pratiche di far partire davvero un piano del genere. La cessione di partecipate a Cassa depositi rischia di scontrarsi con i “niet” di Eurostat, che potrebbero avere un effetto collaterale ancora più pesante sul debito. E in un periodo nel quale i corsi di Borsa, nonostante le riprese delle ultime settimane, restano lontani dai massimi, trovare compratori privati porterebbe in ogni caso a una sorta di “svendita” delle quote: con annessa rinuncia alle entrate strutturali prodotte dai dividendi annuali (2,4 miliardi l'anno scorso). E come se non bastasse, per il 2020 il programma prevede altri 5,5 miliardi di entrate da privatizzazioni e dismissioni.

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