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Dossier Il coffee trainer in Cina: «Farò miliardi di tazze»

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Dossier | N. 45 articoli Il mondo del caffè

Il coffee trainer in Cina: «Farò miliardi di tazze»

Andrea Lattuada
Andrea Lattuada

C’è un collegamento tra Stati Uniti, Cina e Italia e non parliamo né della via di Seta, né di geopolitica, ma di caffè. Un business che vede tra i grandi player mondiali per torrefazione, distribuzione, packaging e produzione di macchine professionali e casalinghe, numerose aziende italiane (Illy, Lavazza, Segafredo, Cimbali, De Longhi, Ima per citarne solo alcune) e che ha come ambasciatore in Oriente proprio un italiano: il coffee trainer Andrea Lattuada.

Bartender e barista per caso, lo faceva per pagarsi gli studi, dopo un laurea in architettura Lattuada approda al mondo della formazione del caffè in Italia e poi in Cina diventando nel 2017 brand ambassador di Luckin Coffee, la catena di caffetterie nata a Pechino, che sta dando del filo da torcere al colosso di Seattle Starbucks.

L’accademia dei baristi
«Ho iniziato a lavorare come barman nei locali notturni da studente. Ho conosciuto per caso il marketing manager della Brasilia, che allora produceva macchine per il caffè poi fallita (nel 2000) e con cui ho aperto una delle prime accademie per formare i baristi. Poi mi metto in proprio con 9bar che da 17 anni offre numerosi corsi per professionisti certificati Sca, Speciality Coffee Association (dalla latte art alla tostatura)». Inizia la sua carriera come formatore in Cina presso la Milan Gold, fondata a Pechino nel 1995, una delle prime torrefazioni di espresso nella Cina continentale. E poi accumula medaglie. Conquista diversi premi internazionali che aumentano la sua fama all’estero. Nel 2003 è stato Campione Italiano Baristi e si è poi qualificato al 9° posto ai Mondiali.

Le tazzine che verranno in Cina
Lattuada è anche un precursore dei tempi. «Noi beviamo circa 600 tazzine all’anno, in Cina siamo a 5 ma, ma con una popolazione di 1,4 miliardi di persone, il mercato potenziale è enorme» afferma. Lo testimonia una ricerca della Ico (International Coffee Organization) che certifica come la Cina già nel 2015 abbia superato l’Australia nel consumo di caffè e produca più di Kenya e Tanzania insieme. La ricerca stima che nei prossimi anni, soprattutto nelle aree urbane, il consumo possa arrivare a due chili a persona a Hong Kong, quando la media europea (mercato maturo) è di cinque kg. Perché se è vero che nel Paese si beve soprattutto thé (il rapporto è 10 a 1) la cultura delle bevande a base di caffeina sta prendendo piede velocemente.

«È in atto una riconversione delle piantagioni di thè nello Yunnan per il consumo interno - aggiunge Lattuada - e non dimentichiamo che la Cina è anche il più grande investitore del continente africano dove si coltiva il pregiato arabica». La bevanda nera e forte, nota anche per le sue proprietà stimolanti, conquista le grandi metropoli asiatiche e soprattutto i colletti bianchi.

Lo sa bene Luckin Coffee che in poco più di un anno sta aprendo 10 caffetterie al giorno, facendo una concorrenza spietata a Starbucks. «Nei prossimi cinque anni non faranno utili ma questo non li frena dall’espansione a ritmi serrati. Non escludo che approderanno anche in Europa» continua Lattuada, che ha con loro un contratto di consulenza fino al 2020.

Strategia dietro il bancone
Ma qual è la strategia del gruppo cinese? «Ostinazione, professionalità, ricerca della materia prima e delle macchine migliori e soprattutto una politica commerciale che prevede prezzi inferiori del 40% rispetto ai concorrenti americani. In primo piano anche la tecnologia. Nei punti vendita, posizionati al pian terreno dei grandi centri direzionali, non si paga in contanti, si ordina tramite app e si aspetta la consegna». Tra una dimostrazione a Shanghai e un evento a Pechino Lattuada continua ad allevare talenti nella sua Academy. Oggi a Boston si chiude il viaggio negli Stati Uniti in compagnia di Giacomo Vannelli, miglior barista italiano che dovrà sfidare 50 Paesi nella massima competizione mondiale (mai vinta da un connazionale).

L’anno scorso il podio è stato conquistato da una professionista polacca. «Speriamo che sia la volta buona - conclude -. Abbiamo le migliori macchine del mondo, un caffè di qualità, ma non sappiamo valorizzarlo abbastanza nemmeno quando siamo dietro a un bancone. La mia missione è formare professionisti globali del caffè vincenti, ma un italiano sul podio, ci vorrebbe proprio. Prima che arrivino i cinesi».

Aggiornamento 15 aprile gli orientali sono arrivati, ma un italiano sul podio c’è: la barista dell’anno 2019 eletta a Boston è Jooyeon Jeon che rappresenta la Corea del Sud, seguita da
Michalis Dimitrakopoulos – Grecia
Cole Torode – Canada
Mikael Jasin – Indonesia
Wojtek Bialczak – Germania
Mathieu Theis – Svizzera

Nella specialità Brewers Cup ha vinto il barista cinese Jia Ning Du seguito da
2. Patrik Rolf – Svezia
3. Alessandro Galtieri – Italia
4. Chikako Nakai – Giappone
5. Hsu Shih Yuan – Taiwan
6. Daniel Hofstetter – Svizzera

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