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Def, il costo delle promesse esaudite

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L'Analisi |LE AUDIZIONI

Def, il costo delle promesse esaudite

(foto Ansa)
(foto Ansa)

Da più parti, in questi giorni, si sente affermare come il Def 2019 sia un documento sostanzialmente inutile: c’è uno scenario di finanza pubblica e un quadro macroeconomico coerente a partire da provvedimenti, soprattutto il cospicuo aumento delle aliquote Iva, che il Governo stesso ha già fatto sapere di non volere adottare.

Serve a segnalare la necessità di rispettare obiettivi sui saldi di bilancio ma anche su questi la nebbia è forte: non sappiamo infatti il conto esatto di quota cento, della flat tax e del reddito di cittadinanza, mentre la discussione vera sul che fare per la riforma fiscale dovrebbe cominciare soltanto dall’estate.

Eppure, a qualcosa questo dibattito in Parlamento serve: è utile a calmierare la spirale di promesse completamente sganciate dal principio di realtà che i partiti della maggioranza tendono ad alimentare in vista delle elezioni europee di fine maggio. Così Banca d’Italia torna a sottolineare che la crescita dell’economia italiana dipende anche dalle condizioni finanziarie e dalla fiducia dei consumatori in un credibile percorso di rientro dei conti pubblici. Via Nazionale è molto chiara su quanto ci sta costando l’incertezza, in termini di interessi più elevati sul debito pubblico: i 100 basis points in più rispetto alla primavera del ’18 si tradurranno in un miliardo e mezzo in più di oneri quest’anno, 3,5 miliardi in più l’anno prossimo e 6 miliardi in più nel 2012. L’impatto del maggior costo del denaro sulla crescita, dopo tre anni, rebus sic stantibus, sarà pari a una riduzione del Prodotto interno lordo dello 0,7 per cento.

Poi, il servizio studi di Palazzo Koch spiega che non si possono varare programmi consistenti e multipli senza considerare in dettaglio l’entità e le modalità delle coperture fiscali necessarie. In altre parole, se si vuole al tempo stesso disinnescare le clausole sull’Iva, aumentare la spesa per investimenti pubblici, avviare un processo di riforma tributario che garantisca anche la riduzione della pressione fiscale e infine scommettere su investimenti e innovazione non si può prescindere da un dato di fatto: se a fronte di tutto ciò non si interverrà per davvero sulla spesa pubblica e su una effettiva lotta all’evasione, si avranno come unico risultato ulteriori aumenti del disavanzo e nessun avvio di un credibile processo di riduzione del debito pubblico.

A quale tipo di divergenza dal percorso dichiarato si andrebbe incontro, prescindendo dall’individuare concretamente le compatibilità di finanza pubblica? I numeri, in questo caso, li fa l’Ufficio parlamentare di bilancio: per garantire la discesa progressiva del disavanzo programmata nel Def, tra coperture alternative alle clausole di salvaguardia, somme destinate a finanziare le politiche invariate e fondi ulteriori per rispettare i target del disavanzo, si richiedono misure pari a circa 25 miliardi nel 2020, 36 miliardi nel 2012 e circa 45 miliardi alla fine del periodo.

Senza contare, ovviamente, l’implementazione della flat tax che richiederebbe ulteriori misure compensative. Se poi consideriamo i possibili effetti di un più che probabile atteggiamento “distratto” in finanza pubblica sulla dinamica debito/Pil, c’è da farsi tremare le vene ai polsi: nel caso estremo in cui non si attivino le clausole sull’Iva, non si riescano a ottenere i 18 miliardi da privatizzazioni e non si realizzi quanto dichiarato con la manovra avremmo un forte aumento dello stock, a quota 134,7 per cento nel 2021 e al 135,4 per cento nel 2022. È guardando questi numeri che si capisce come mai le attese degli operatori sullo spread italiano non accennino a tornare verso livelli normali.

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