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Massimo Bordin, la «voce» della politica italiana

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il ricordo

Massimo Bordin, la «voce» della politica italiana

Di Massimo Bordin, come molti giornalisti romani, ho più di un ricordo personale. Ma il più vivido resta quello di quando lo conobbi, in una situazione d’eccezione, fuori dalla routine serrata che spesso caratterizza il nostro lavoro: alla fine degli anni Novanta era già da un po’ direttore di Radio Radicale ma, come capitava ai cronisti di un tempo e come fino ad allora non era d’obbligo per i direttori di emittenti radiofoniche, non aveva mai sostenuto l’esame da giornalista professionista. Era arrivato il momento, e allora decise di prendersi tre giorni per partecipare al ritiro a Fiuggi organizzato dall’ordine del Lazio. Naturalmente lui, a differenza di noi studenti delle scuole di giornalismo, non aveva nulla da imparare o da memorizzare. «Sono venuto a riposarmi tre giorni», ci diceva in mezzo ai racconti, conditi con la sua proverbiale ironia, della vita politica e parlamentare dei trent’anni precedenti.

Prima direttore di Radio radicale, poi curatore della storica rassegna mattutina “Stampa e regime” dedicata agli argomenti politici della giornata, Bordin è stato per quasi un ventennio la voce della politica italiana. Intelligente, irriverente, fustigatore del potere ma anche del giornalismo cattivo o ruffiano, memoria storica vivente dei partiti politici italiani e della storia politica personale dei vari leader che si sono succeduti negli anni, alla sua voce roca divenuta per molti familiare non sfuggiva nulla. Errori e fake news, come si dice oggi, comprese.

Sempre attentissimo alla pluralità dell’informazione, ha dato spazio negli anni agli articoli di tutti i quotidiani e non solo dei maggiori. Cesellando sempre i fatti con opinioni di «rara acutezza libertaria» come gli fu riconosciuto in uno dei premi assegnatigli (Premiolino, 2009). Conduttore della storica rassegna dal 1991, nel 2010 lasciò la direzione di Radio radicale per divergenze sulla linea politica con il leader storico Marco Pannella, ma ha continuato a condurre la rassegna aprendo la giornata di quasi tutti quelli che a vario titolo si occupano di politica e di giornali.

Strenuo difensore della libertà di stampa e del giornalismo militante, colpisce la sua morte - aveva 67 anni ma era malato da tempo ai polmoni, anche se ha tenuto con regolarità la sua rassegna fino al primo aprile scorso – proprio nei giorni in cui il governo giallo-verde, per mano del sottosegretario pentastellato all’editoria Vito Crimi, ha deciso di non rinnovare a Radio radicale la sovvenzione pubblica (circa 8 milioni di euro) per le dirette dal Parlamento e dalla sedi dei partiti. Una decisione che, se mantenuta, porterà probabilmente alla chiusura della radio, con per di più il rischio di perdere la storica mediateca dell’archivio. È uno di quei momenti in cui un sovrappiù di riflessione risulta doveroso.

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