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il legame con milano

Brigata Ebraica: «Il 25aprile per la memoria e contro i negazionisti»

Trenta morti, settanta feriti, 5.200 soldati. Sono i numeri della Brigata Ebraica che ha combattuto in Italia durante la Seconda guerra mondiale e che ne rendono il contributo alla liberazione dal nazi-fascismo tutt’altro che simbolico.

Eppure, ogni anno, il 25 aprile, quando le insegne bianche e azzurre con la stella di David al centro (consegnate alla Brigata nell’aprile del 1945) sfilano per le vie di Milano non mancano le polemiche e i fischi. Pochi giorni fa, a Palazzo Marino, in occasione dell’incontro con Piero Cividalli, 93 anni ultimo sopravvissuto italiano della Brigata, il sindaco Giuseppe Sala ha rimarcato: «Penso che quei 4 gatti che hanno l’abitudine di fischiare la Brigata Ebraica il 25 aprile fischiano senza conoscere a fondo questa profonda pagina di liberà».

E la Brigata sfila anche in questo 2019, anno in cui la Memoria della Liberazione e di cosa furono fascismo e nazismo sembra riassumere improvvisa urgenza, anche alla luce dell’annuncio del vicepresidente del consiglio Matteo Salvini (Lega) di non prendere parte alle celebrazioni non ritenendole prioritarie – «la Liberazione che ora serve al Paese è quella dalla mafia» ha affermato martedì, mentre una settimana prima aveva detto: «Siamo nel 2019, mi interessa poco il derby fascisti-comunisti» – alimentando l’ennesima frizione con il suo omologo Luigi Di Maio (M5S).

«Confermiamo la partecipazione al 25 aprile poichè riteniamo essenziale ricordare non solo la Brigata Ebraica, ma tutti gli Alleati che sono venuti nel nostro continente a morire per portarci la libertà» sottolinea Davide Riccardo Romano, consigliere della Comunità ebraica. «La Brigata Ebraica rappresenta solo una piccolissima parte degli Alleati. Auspico che un giorno al centro delle celebrazioni avremo la forza di mettere i britannici, gli statunitensi, i canadesi, gli australiani, gli indiani, i sudafricani. Insomma, tutte le nazionalità presenti nella nostra città e che mi piacerebbe partecipassero insieme a noi al ricordo di quegli eroi».

«Bene», dice Romano, «anzi, benissimo celebrare i partigiani. Ma non dimentichiamo che senza gli Alleati non avremmo mai vinto contro un esercito come quello nazi-fascista».

È proprio per rilanciare e mantenere viva la memoria che esattamente un anno fa è nato il museo della Brigata Ebraica di cui Romano è presidente. «Il museo nasce all’interno della sinagoga “Beth Shlomo” di Porta Romana, fondata da soldati della Brigata Ebraica nel 1945» sottolinea Davide Riccardo Romano. Quello di questa sinagoga milanese (una della decina presenti della città) con la Brigata è un rapporto particolare: «I rotoli della Torah utilizzati ancora oggi per le celebrazioni sono quelli portati in salvo dai soldati ebrei che li avevano recuperati nel campo di concentramento di Ferramonti (in provincia di Cosenza)». Campo creato dopo l’emanazione delle leggi razziali e dove furono internati gli ebrei non italiani presenti sul territorio nazionale, tra i quali anche Sultana Razon, che dopo essere sopravvissuta a Bergen Belsen sarebbe diventata la moglie di Umberto Veronesi.

Prima di approdare in Porta Romana, la sede della “sinagoga della Brigata” è a Palazzo Odescalchi, in via dell’Unione 5, un luogo che diventa anche un importante centro per raccogliere i sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, cercare di ricostruire la comunità ebraica milanese e riallacciarne i legami, favorire l’emigrazione verso quello che tre anni dopo sarebbe diventato lo Stato di Israele.

Piero Cividalli all’epoca aveva 18 anni, vestiva la divisa della Brigata. Era dovuto fuggire dall’Italia anni prima a causa delle leggi razziali: aveva deciso di tornare nel suo Paese d’origine per combattere il fascismo, ma lo trova già sconfitto. Così partecipa all’attività di accoglienza dei sopravvissuti, alla ricostruzione della Memoria.

«Il museo nasce dunque perché siamo la sinagoga della Brigata Ebraica, e vogliamo che tale parte della storia venga raccontata» sottolinea Davide Riccardo Romano. Un ruolo, quello di “narratore” cui non si sottrae, nonostante l’età, neppure Cividalli, come ha fatto anche di recente all’incontro organizzato dal Comune di Milano e dallo stesso Museo della Brigata.

«Le continue manifestazioni di ostilità da parte di alcuni centri sociali e vari facinorosi nel corteo del 25 aprile ci hanno rinforzato nella convinzione di andare avanti nella conservazione della Memoria. Anche perché taluni dei facinorisi di cui sopra arrivano perfino a negare l’esistenza stessa della brigata» ricorda Romano. Invece, la Brigata Ebraica con i suoi 5.200 soldati, i 30 morti – sepolti al cimitero di Piangipane (frazione di Ravenna) – e i 70 feriti è esistita e nel 2017 ha ricevuto la medaglia d’oro per la Resistenza.

Per raccontarne la storia, i combattimenti, l’impegno a guerra finita, il Museo milanese ha organizzato anche una mostra itinerante, che dopo essere stata a Sesto San Giovanni, tocca Pavia e in un futuro prossima dovrebbe essere portata a Torino e alla Casa della Memoria di Milano.

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