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Piero Cividalli, ultimo sopravvissuto italiano della…

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volontario nel 1945

Piero Cividalli, ultimo sopravvissuto italiano della “Brigata”: «L’Italia era distrutta dal fascismo»

Piero Cividalli nel 1945 aveva 18 anni, vestiva la divisa della Brigata Ebraica. Si era arruolato volontario, come altri 5.200 cittadini ebrei che dopo estenuanti richieste erano riusciti a ottenere dall’esercito inglese la creazione della brigata.

Cividalli oggi di anni ne ha 93 ed è uno della decina di italiani che hanno combattuto con l’insegna della Stella di David. È l’ultimo sopravvissuto. Era dovuto fuggire dall’Italia anni prima a causa delle leggi razziali: prima in Svizzera, poi in Palestina. I suoi genitori erano amici dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, attivisti antifascisti uccisi a Parigi per ordine di Mussolini.

«Sono tornato in Italia nel 1945 – ricorda –. La Guerra era già finita. Nel periodo finale dei combattimenti mi trovavo in Egitto per l’addestramento militare». Non ha combattuto, quindi, sul fronte italiano, lungo la linea Gotica come molti suoi compagni sbarcati in precedennza, ma «l’emozione di ritrovarmi nel paese che era stato il mio per molti anni era immensa. Ho trovato un paese distrutto, materialmente e moralmente. La guerra aveva lasciato i suoi segni nelle distruzioni delle città e delle campagne e la popolazione era ridotta alla miseria. Ovunque regnava la povertà e la corruzione».

Cividalli ha una consapevolezza: «Tutto questo era dovuto al passato fascista dell’Italia e al desiderio fasullo di gloria nazionalistica».
Dopo il servizio militare nell’esercito britannico torna in Palestina ma quasi subito si arruola volontario nell’esercito ebraico «per la salvezza del nascituro stato di Israele – sottolinea –. Ho combattuto nel sud del Paese e mi sono trovato assediato nel kibbutz di Negba, dove sono stato anche ferito. Ho partecipato alle battaglie più atroci e ne sono uscito semi-traumatizzato».

Nel 1950 Piero Cividalli è di nuovo in Italia dove segue un corso di arte a Firenze, sua città d’origine. «Tornato in Israele, mi sono dedicato all’insegnamento: ho insegnato arte per tutta la vita – spiega –. Mi sono sposato nel 1959, ho due figli e due nipoti che da poco hanno superato la maggiore età».

La divisa dell’esercitoo di Israele dovrà vestirla, però, ancora due volte in situazioni critiche. «Ho preso parte anche alle guerre del 1956 e del 1967 – la “Guerra dei sei giorni” ndr – come infermiere militare. Sono state campagne molto veloci».

Oggi, da veterano e “vecchio saggio” osserva l’evoluzione di Israele: «Il futuro è sempre imprevedibile ma il futuro del nostro Paese non è più slegato da quello di altri paesi nel mondo a causa della globalizzazione. Le ultime elezioni non hanno spostato di molto gli equilibri politici, i partiti ultra-nazionalisti sono in ascesa e leggermente in maggioranza rispetto ai partiti liberali e questo mi amareggia e mi preoccupa».

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