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Tutela del made in Italy e più peso in Europa. Tutte le priorità…

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Tutela del made in Italy e più peso in Europa. Tutte le priorità dell’agricoltura

Un commissario - al Mercato interno oppure al Commercio estero - in grado di far pesare di più l’Italia in Europa. Più accordi multilaterali per aprire nuove strade alle esportazioni italiane. Più tutela del made in Italy dai falsi. E perché no, anche più fondi pubblici: per le infrastrutture in Italia e per la Pac in Europa.
A una settimana dalle elezioni europee, l’assise annuale di Confagricoltura di oggi a Milano non può che essere un’assemblea tutta politica. Anche per la presenza di due pesi massimi come il vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che sul palco scelgono di non incrociarsi mai.

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Nel suo discorso di introduzione il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, chiede all’Italia «un piano nazionale per l’agroalimentare, che nel nostro Paese manca dagli anni 60, dai tempi del ministro Marcora». E chiede anche «più accordi multilaterali dell’Europa verso il resto del mondo, per aumentare le esportazioni, purchè questi accordi prevedano condizioni di reciprocità».

«Quest’anno abbiamo scelto Milano - dice Giansanti - perché questa città oggi è il centro del food nazionale. E la nuova Italia dell’agroalimentare, quella che vuole avere successo nei mercati, proprio da questa città deve lanciare le sue sfide: quella per la definizione del quadro pluriennale di spesa europea, e quella della politica agricola».

Il presidente di Confagricoltura ricorda però che la sfida, in Europa, è anche quella interna tra Paesi: «Se la Ue decide di fare una battaglia, come nel caso del riso, contro lo sfruttamento del lavoro minorile nel Far East va bene. Ma esistono lo stesso sistemi di dumping interno che devono venir meno: la Germania e la Francia, per esempio, fanno politiche incentivanti per il lavoro agricolo e questo ci danneggia. Così come ci danneggiano le agevolazioni di Madrid al costo del gasolio per il trasporto di frutta e verdura, grazie alle quali in tre anni la Spagna è diventata leader dell’ortofrutta europea». Al ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio, presente in sala, Giansanti ha consegnato un manifesto «per un grande piano strategico dell’agricoltura italiana, che diminuisca la burocrazia e che metta al centro la ricerca applicata». Una proposta, questa, che il ministro si è detto disposto a raccogliere: «Non farò gli stati generali - ha detto - ma voglio aprire un’agorà dove tutti insieme ragionare sull’agricoltura del futuro, a cominciare dalla nuova Pac»

Anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a una platea gremita - tanto che a Palazzo Mezzanotte sonno state aperte due ulteriori sale, per ospitare tutti - ricorda «che se in Europa vogliamo essere protagonisti come dovremmo, la scelta dei commissari è determinante per contare nella trattativa. Come Confindustria dovrei spingere per il Commissario all’industria, ma una via mediana potrebbe essere quello per il mercato interno, per il commercio estero o per la concorrenza. Ma anche i dirigenti generali sono importanti, e dobbiamo averne di livello». Quanto alla partita per il nuovo presidente della Bce, dice Boccia «è ovvio che non può essere un altro italiano, ma deve essere oggetto di trattativa: dobbiamo accordarci con la Francia per evitare un’idea tutta tedesca e dogmatica del quantitative easing». Il presidente di Confindustria auspica anche che «i toni caleranno dopo la campagna elettorale, quando dobbiamo preparare la manovra economica e chiederci cosa vogliamo essere come paese fra tre o quattro anni. Serve una visione di medio termine per il paese. Dobbiamo tornare alla visione che c’era nell’Italia del dopoguerra, quando il presidente di Confindustria Costa e quello della Cgil Di Vittorio dicevano “prima le fabbriche, e poi le case”».

Il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio raccoglie le richieste del presidente di Confagricoltura Giansanti in fatto di export: «Nel mondo dobbiamo aggredire quei 100 miliardi di falso Made in Italy per liberare una domanda potenziale di vero export italiano. Per questo al ministero abbiamo investito 40 milioni per creare una blockchain dove i consumatori di tutto il mondo possano verificare in tempo reale se il prodotto che stanno acquistando è veramente made in Italy. Anche firmare nuovi accordi commerciali con i paesi emergenti, dove i consumatori sono in crescita, è fondamentale per rafforzare l’agroalimentare italiano e aumentare l’occupazione in Italia». Quanto alle preferenze per il prossimo commissario europeo da chiedere per l’Italia, dice Di Maio, «io penso a quello dell’Industria: noi abbiamo tante imprese sotto i 15 dipendenti, quando si fanno le norme europee ci siamo spesso ritrovati un carico di burocrazia eccessivo per le nostre Pmi». Infine, sui fondi alla Pac il ministro Di Maio ha una proposta: «I fondi non devono diminuire .

Solo perché la Gran Bretagna esce dall’Europa, i contributi possono arrivare anche da un prelievo diretto sui giganti della new economy che si sono trasferiti nella Ue».
Gli applausi a scena aperta sono però tutti per il vicepremier Matteo Salvini, che arriva solo quando Di Maio non è più in sala. «La prima volta che ho incontrato il presidente Giansanti in Europa parlammo di dazi sul riso, di carne, di olio tunisino, questioni concrete. E se dovessi scegliere io il prossimo commissario italiano a Bruxelles chiederei Mercato interno o Commercio internazionale, ma anche l’Agricoltura non mi dispiacerebbe: non sono possibili 3 miliardi in meno all’agricoltura italiana, non avranno mai il nostro voto per questa riforma della Pac». Salvini strappa l’ovazione ricordando che «alle nostre aziende agricole fanno le pulci per verifiare se rispettano ogni virgola sull’ambiente, ma dialoghiamo con paesi come la Turchia che non tutelano l’ambiente» Il vicepremier leghista si schiera contro l’aumento dell’Iva: «Sarebbe una follia, costerebbe 500 euro a famiglia e farebbe solo chiudere i negozi. Per rilanciare l’economia, se ci limitiamo a correzioni fiscali dello zero virgola il paese muore, dobbiamo avere il coraggio di uno shock fiscale. In Ungheria le tasse sulle imprese sono al 9% e ogni giorni lì apre una nuova azienda a capitale italiano. E così facendo Budapest ha azzerato l’evasione fiscale».

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