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Sea Watch 3, sequestro atto dovuto del pubblico ministero

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la nave della Ong tedesca

Sea Watch 3, sequestro atto dovuto del pubblico ministero

Sulla Sea Watch 3 il ministro dell’Interno Matteo Salvini è attendista. Ad essere sotto osservazione é l’operato della magistratura, visto che il porto di Lampedusa è stato aperto alla nave della Ong tedesca per iniziativa della procura di Agrigento, e il prefetto ha ribadito fino all’ultimo l’ordine di vietare lo sbarco ai 47 migranti a bordo. Ora il numero uno del Viminale vuole vedere se sarà confermata l’accusa, per ora mossa al solo comandante della nave, di immigrazione clandestina. E vuole anche che la nave sia messa nella condizione di non operare più, magari anche affondandola.

Solo un epilogo “punitivo” per le Ong giustificherebbe l’intervento del pm Luigi Patronaggio e lo salverebbe dall’essere accusato, a sua volta, di favorire l’immigrazione clandestina, come ipotizzato dal vicepremier Salvini, secondo il quale un’azione che si concludesse con un nulla di fatto potrebbe essere interpretata come un escamotage per far sbarcare i migranti. Una presa di posizione più che legittima secondo la Lega e i sostenitori della linea dura contro l’immigrazione, arbitraria per l’opposizione e i fautori dei porti aperti e delle Ong.

Ma la vicenda della Sea Watch 3 va valutata in base al rispetto delle norme nazionali e internazionali. «Non si decide se un magistrato ha agito bene o male - sottolinea Alfredo Guardiano, consigliere della V sezione penale della Cassazione - guardando alla possibilità di spendere o meno il risultato raggiunto in campagna elettorale. Il lavoro della toga si pesa in base al rispetto del diritto delle norme interne, costituzionali e sovranazionali. È chiaro che le azioni dei magistrati, soprattutto sul fronte penale, hanno delle ricadute politiche. Ma è sbagliato, come avviene in Italia, pensare che le toghe siano condizionate politicamente». Per Pasquale De Sena, ordinario di diritto internazionale all’Università Cattolica di Milano, nel caso Sea Watch «il pm di Agrigento aveva l’obbligo di agire, in presenza di una notizia di reato che si ripercuoteva sull'Italia e trattandosi di una imbarcazione che si trovava in acque territoriali. E lo sbarco è la naturale conseguenza del sequestro della nave che andava, ovviamente, liberata dalle persone, come accadrebbe anche per un appartamento».

A fronte di un obbligo di esercitare l’azione penale - chiarisce De Sena «l’iniziativa di Patronaggio resterebbe legittima, anche se tutto finisse con un nulla di fatto». E per quanto riguarda il fermo della nave «è evidente che nel caso il reato venisse riscontrato non potrebbe più tornare operativa». Ma parlare di affondare la Sea Watch - sempre secondo De Sena - è ipotizzare un reato, come lo è presumere che la procura abbia usato un escamotage per far scendere i migranti. «Si può anche minacciare un’azione contro un magistrato, ma bisogna farlo con una denuncia, assumendosi la responsabilità giuridica dell’atto, come sarebbe per qualunque cittadino. Altrimenti si rischia di scadere nella scorrettezza istituzionale e nell’intimidazione». Chiare le indicazioni anche sull’eventuale strada da percorrere nel caso di un’ interferenza della magistratura sui poteri del Viminale. «Se il ministro dell’Interno è convinto che ci siano delle invasioni di campo può portare la questione in Consiglio dei ministri e chiedere di sollevare, davanti alla Consulta, il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato secondo l'articolo 134 della Costituzione. Ma questa via sarebbe molto incerta perché serve una maggioranza di adesioni nel Governo che, al momento, non mi sembra ci sia».

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