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Aiuti alla famiglia, Lega e M5S in battaglia sul miliardo che non…

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IL BRACCIO DI FERRO NELL’ESECUTIVO

Aiuti alla famiglia, Lega e M5S in battaglia sul miliardo che non c’è

Gli inciampi costituzionali del decreto sicurezza-bis e soprattutto i problemi di copertura del decreto famiglia hanno congelato il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto approvarli. «Se ne parlerà la prossima settimana», hanno spiegato il premier Conte e i vicepremier. Ma non è solo l’incognita elettorale a suggerire che i tempi rischiano di essere più lunghi. Perché il miliardo chiamato a finanziare i provvedimenti per la famiglia voluti dai Cinque Stelle ha un problema: oggi, regole di finanza pubblica alla mano, quel miliardo non esiste.

La polemica nel governo sul punto rimane accesissima. Ieri mattina, intervistato da Radio24, il viceministro all’Economia Massimo Garavaglia ha detto che quei fondi serviranno nel 2020 nella difficile scalata alla montagna dell’Iva. «Il miliardo per la famiglia non si tocca», ha tuonato in risposta il leader M5S Di Maio. Ma più del dibattito politico, sono appunto le leggi del bilancio pubblico a indicare che in effetti è difficile toccarlo. Proprio perché per ora non esiste. Vediamo perché.

Il miliardo nascerebbe dai risparmi sui fondi del reddito di cittadinanza stimati dall’Inps e comunicati dal suo presidente Pasquale Tridico. Ma una stima dell’istituto di previdenza, per quanto autorevole, non produce da sola fondi in bilancio.
A determinarne le sorti sono i meccanismi prudenziali voluti dal ministro dell’Economia Giovanni Tria nell’ultima manovra. I fondi per il reddito viaggiano in parallelo a quelli di quota 100, e quel che si risparmia da una misura deve andare prima di tutto a finanziare l’altra. Il meccanismo dei “vasi comunicanti” può senza dubbio sfociare in una spesa complessiva minore di quella stimata nella manovra. Ma quando vengono certificati questi risparmi? In corso d’opera il monitoraggio è quadrimestrale, e serve al Mef a decidere gli eventuali spostamenti di risorse dal fondo per il reddito a quello per quota 100, o viceversa. Ma il risultato finale si conoscerà solo nel consuntivo a fine anno. E anche in quel caso toccherà a Tria l’ultima parola.

GUARDA Il VIDEO - Scontro tra Tria e Di Maio su dl famiglia

Il “tesoretto” (che in realtà sarebbe semplicemente una minore spesa in deficit) derivato dal decretone potrebbe, tra l’altro, rivelarsi più cospicuo del miliardo cui ha fatto riferimento Di Maio. In gioco ci sono anche le risorse del “fondone” di quota 100 (meno di 4 miliardi nel 2019) che risulteranno inutilizzate.

Secondo le prime proiezioni dei tecnici del Governo alla fine del triennio le domande presentate si dovrebbero rivelare inferiori di circa il 20% rispetto a quanto ipotizzato al momento della stesura dell’ultima legge di bilancio. E se questo trend venisse confermato, già alla fine di quest’anno potrebbero risultare disponibili 2-300 milioni. Anche in questo caso, naturalmente, gli effetti potranno essere quantificati solo a “consuntivo”. Ma un primo indizio potrebbe arrivare dal primo monitoraggio su richieste e costi di quota 100 completato ad aprile, che non è stato però ancora divulgato dal Governo. Con questa prospettiva si potrebbe ipotizzare qualche intervento nell’assestamento di bilancio prima dell’estate. Ma in quell’occasione ci sarà già da trovare il modo per evitare il taglio di 300 milioni al trasporto pubblico locale previsto nella clausola da due miliardi sulla spesa già attivata per frenare il deficit. Il tutto senza modificare i saldi.

L’appuntamento vero, insomma, è con il consuntivo e la prossima manovra. A quel punto, che cosa si potrà fare di quei fondi? Anche qui, la griglia delle regole limita parecchio le scelte. I risparmi dell’anno prima non possono essere spesi l’anno dopo senza alzare il deficit previsto, perché anche per il 2020 ci sono uscite già stanziate e calcolate nei tendenziali. E già oggi, al netto delle scelte future, l’obiettivo di ridurre il disavanzo al 2,1% e di fermare la crescita del debito non è semplice da raggiungere. In quest’ottica, la destinazione a riduzione del deficit “suggerita” da Garavaglia appare praticamente obbligata dalle leggi che governano i conti pubblici. Che non impediscono di aiutare la famiglia. Ma impongono di trovare le coperture.

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