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Dai tumori alle protesi, ecco gli ospedali dove si fanno più…

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il programma nazionale esiti

Dai tumori alle protesi, ecco gli ospedali dove si fanno più interventi (e meglio)

Lo Ieo di Milano per il tumore della mammella (oltre 3mila interventi nel 2017) e del polmone (457 interventi). Il Policlinico Gemelli per il carcinoma a ovaio (295 interventi, pari al 10% della casistica nazionale) e stomaco (123 interventi su 6.239). Il “Galeazzi” di Milano per la protesi al ginocchio (oltre 2.100 quelle eseguite, sempre nel 2017). Senza nulla togliere alle tante altre eccellenze sparse da Nord a Sud della penisola e che fanno grande il nostro servizio sanitario pubblico, sono questi gli ospedali dove, quando il gioco si fa serio, un paziente va potenzialmente a colpo sicuro. Certo che quantomeno non incapperà in strutture - e ce ne sono sempre troppe - dove il volume di attività, direttamente proporzionale alla qualità dell’organizzazione dell’assistenza, viaggia a scartamento ridotto fino a ridursi al lumicino di una/due operazioni all’anno.

I risultati del Programma Esiti
Stilare classifiche e assegnare medaglie in sanità è sempre rischioso e rischia di essere fuorviante, ma a spulciare i risultati del Programma nazionale Esiti (Pne), prodotto dall'Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) su mandato del ministero della Salute, vien voglia di approfondire. Perché se è vero che l’ultima edizione (dati 2017, 175 indicatori tra analisi di processo, di attività e di ospedalizzazione) mostra un generale miglioramento delle cure in aree importantissime come la gestione delle fratture del collo del femore e la riduzione del ricorso al parto cesareo, le prestazioni offerte dal Ssn sono tutt’ora estremamente variegate. Non soltanto tra Nord e Sud – dove anzi la tradizionale “forbice” si riduce - ma anche all’interno di una stessa Regione. Con potenziali ripercussioni sulla salute dei cittadini anche in aree cruciali, come l’oncologia e la chirurgia protesica.

Il volume fa la qualità
La regola d’oro è che “chi più fa, meglio fa”: non a caso il Regolamento sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi nell’assistenza ospedaliera (il Dm 70 del 2015) ha fissato paletti ben precisi, confermando la proporzione diretta tra volume degli interventi e risultati. E qui le praterie di miglioramento sono innegabili. La chiave di volta, avvisano il direttore generale di Agenas Francesco Bevere e la coordinatrice del progetto Esiti, Maria Chiara Corti, sta soprattutto nell’organizzazione. «I dati 2017 indicano che dove si è proceduto a riorganizzare a rete i presidi ospedalieri e l’offerta sanitaria, c’è stato un significativo miglioramento degli esiti, come nella cura del carcinoma della mammella quando sono state correttamente costituite le Breast Unit», afferma Bevere. Che aggiunge: «Accelerare l’implementazione delle reti tempo-dipendenti significa ridurre la mortalità per malattie che non danno tempo né possibilità di scelta a pazienti». Più facile a dirsi che a farsi, almeno in buona parte del Paese.

I dati su tumori e protesi
Per la “best practice” tumore alla mammella – 61.797 interventi nel 2017 - la proporzione di reparti con volumi di attività in linea con lo standard nazionale fissato dal Dm 70 (almeno 135 interventi l’anno per struttura complessa) sale al 32% dal 26% del 2016, coprendo il 72% degli interventi nazionali. Una performance in ascesa ma ben lontana dall’ottimale, visto che nel 2017 ancora 2 strutture sui tre non rispettano lo standard.
Nel 2017 - rileva ancora il nuovo Pne - delle 358 strutture ospedaliere che eseguono i 6.239 interventi chirurgici per tumore dello stomaco, solo 81 (il 23%) presentano un volume di attività ≥di 20 interventi annui, come raccomandato nel Dm 70. E la proporzione è «in lieve peggioramento rispetto all’anno precedente». Ancora, il nuovo indicatore sul tumore ovarico mostra che dei 415 ospedali che eseguono 3.892 interventi, 99 (il 24%) presentano un volume di attività non inferiore a 10 interventi l’anno, coprendo il 75% del totale nazionale. Poi: dei 139 ospedali in cui si fanno gli 11.468 interventi per tumore del polmone, solo 52 (il 37%) presentano un volume di attività non inferiore a 70 interventi annui, senza variazioni rispetto al 2016. Le strutture con bassi volumi di attività effettuano complessivamente il 24% (quindi ben un quarto) dell’attività chirurgica oncologica per il polmone. Dati drammatici, che contribuiscono a determinare le chance di cura e sopravvivenza dei pazienti.
Analogo discorso per le protesi: delle 740 strutture che nel 2017 hanno eseguito 80.254 protesi di ginocchio, solo 238 strutture (il 32%) presentano un volume di attività ≥ di 100 interventi annui, coprendo il 76% delle artroplastiche totali, senza variazioni rispetto all’anno precedente. Le 110.700 protesi di anca sono state eseguite in 764 ospedali, e solo 403 strutture (il 53%) presentano un volume di attività ≥ di 100 interventi annui, pur coprendo però l’84% delle artroplastiche totali. I 7.000 interventi di protesi di spalla, infine, vengono erogati in 592 ospedali; tra questi, solo 187 strutture (il 32%) presentano un volume di attività di 15 interventi annui, coprendo però l’86% dell’offerta. I volumi di tutti gli interventi di artroprotesi - rilevano da Agenas - sono in aumento e il trend è concentrato nella popolazione ultra65enne.
Il “caso” cesarei
Il calo dal 29% del 2010 al 22,2% del 2017 è un contenimento ulteriore rispetto alla pazza percentuale del 37% registrata in Italia nel 2004, ma anche se nel 2017 si stima che siano 17.155 le donne a cui si è evitato un parto chirurgico, siamo ancora lontani dagli standard internazionali. Rispetto al 2016 - rileva il Piano nazionale esiti - non c’è stato alcun miglioramento nella proporzione di strutture con meno di 1000 parti in linea con lo standard (15%) del Dm 70; quanto alle maternità con volumi superiori a 1000 parti, quelle con proporzioni inferiori al 25% (standard Dm 70) erano il 58 per cento. L’eterogeneità tra Regioni - per esempio nella virtuosa Lombardia Lodi e Mantova sono in controtendenza - è compensata solo in parte dal miglioramento di alcune Regioni del centro-sud. La Campania, storica maglia nera del parto in sala operatoria, è in netta risalita: il ricorso al cesareo è passato dal 45 al 39% e il merito va in gran parte alle strutture pubbliche. Unica Regione in controtendenza, la Calabria: nel 2013 la Regione era riuscita ad attestarsi al di sotto della media nazionale ma quel “buon” 22,2% di cesarei è schizzato di nuovo, nel 2017, a quota 30 per cento.

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