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Il piano Tria per evitare la procedura Ue: in due anni deficit giù di…

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IL NEGOZIATO con l’europa

Il piano Tria per evitare la procedura Ue: in due anni deficit giù di 8-10 miliardi

Un percorso a tappe che riduce il deficit strutturale di 8-10 miliardi fra quest’anno e il prossimo, e garantisce di non aumentare il debito. È il piatto che il ministro dell’Economia Tria porta sul tavolo del complicato negoziato con la Ue, con l’obiettivo di stoppare una procedura d’infrazione che renderebbe impossibile la costruzione della manovra d’autunno. Perché per avviare una nuova trattativa sugli spazi di flessibilità da garantire all’Italia nel 2020 ed evitare una cura recessiva dei conti la procedura deve uscire di scena.

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Proprio questa pre-condizione è al centro delle preoccupazioni di Tria. Perché il ministro sa bene che una sfida frontale a Bruxelles si trasformerebbe in un boomerang per qualsiasi ambizione del governo. Di qui le garanzie che il titolare dei conti, in sintonia con il premier Giuseppe Conte, intende offrire alla Commissione Ue. Senza certezze, per ora, sulle chance di successo.

Il piano in due tappe a cui si è lavorato tra Palazzo Chigi e Via XX Settembre per fornire le «cifre nuove» necessarie secondo il commissario agli Affari economici Moscovici a evitare la procedura, non prevede infatti una manovra correttiva vera e propria, come ribadito ancora ieri da Tria. Ma questa rimane tra le richieste di almeno una parte della commissione a partire dal vicepresidente in via di riconferma Valdis Dombrovskis («Serve una correzione notevole», ha ribadito ieri dopo il bilaterale con Tria). I primi 3,5-4 miliardi, cioè il pacchetto relativo ai conti 2019, arriverebbero tutti dalle entrate maggiori del previsto e dalle minori spese per reddito di cittadinanza e quota 100. Per certificarle serve un atto ufficiale, ma non necessariamente un decreto correttivo. Una parte dell’aggiustamento contabile, in particolare nella colonna delle entrate, arriverà con l’assestamento di bilancio di fine mese. L’altra avrebbe tecnicamente bisogno di qualche settimana in più. Da Bruxelles il pressing sui tempi in vista dell’Ecofin del 9 luglio per ora non sembra allentarsi. Ma una mossa concreta che ribadisce gli impegni italiani sul deficit prima di quella data potrebbe aiutare.

I 2-3 decimali di minor disavanzo 2019 avrebbero il pregio agli occhi della Commissione di migliorare sensibilmente gli obiettivi concordati a dicembre, che si limitavano a chiedere di non aumentare l’indebitamento netto. Questo miglioramento, quindi, per il ministero dell’Economia servirebbe a compensare lo sforamento (0,3% del Pil, appunto) realizzato dall’Italia nel 2018. E questo offrirebbe per Roma un argomento forte contro la procedura, tanto più che a far uscire dai binari il bilancio 2018 è stata soprattutto la frenata dell’economia.

La seconda tappa del piano guarda all’anno prossimo. E qui i problemi di compatibilità con i programmi della maggioranza, Flat Tax in testa, si fanno serissimi. «Ero favorevole alla Flat Tax anche prima di diventare ministro - ha ricordato Tria ieri negando tensioni con il leader leghista -, bisogna vedere come si fa», e «in questo momento gli obiettivi di deficit sono quelli». Quali? Si tratta della riduzione del disavanzo di altri 5-6 miliardi, fino allo 0,3% del Pil; sul deficit nominale la direzione è stata ribadita dall’ultimo Def, a cui si riferisce Tria. Ma nei calcoli di Via XX Settembre un effetto analogo si registrerebbe anche sullo strutturale. In questo modo, si eviterebbe l’ulteriore impennata del debito verso il 135% calcolato da Bruxelles.

Caccia alle risorse per la manovra d'autunno

Anche così, cioè senza la correzione da 10-12 miliardi che sarebbe imposta dalle regole Ue nel solo 2020, l’obiettivo rimane complicato. E ha bisogno di interventi a tutto campo: un’ulteriore riduzione dei fondi per reddito e pensioni, alla luce dell’esperienza di quest’anno, potrebbe portare fino a 5 miliardi sull’intero 2020. Poi c’è la spending review, che per salire di quota si potrebbe portare con sé l’intervento sulla spesa sanitaria che ha già messo in allarme i presidenti delle Regioni. E la potatura delle tax expenditures, che secondo i tecnici dell’Economia potrebbe portare fino a 5-6 miliardi al netto della trasformazione degli 80 euro. Una poderosa caccia alle coperture, insomma, che servirebbe tutta ad aggiustare i saldi e a gestire gli aumenti Iva (complicati da bloccare del tutto), e lascerebbe a secco la riforma Irpef.

Se il piano riuscisse a stoppare la procedura Ue, però, in autunno il quadro potrebbe cambiare. E almeno negli auspici dell’Italia potrebbe portare un nuovo round di negoziati sulla flessibilità, in nome di una prospettiva pro-crescita rilanciata anche nella lettera di proposte di riforma delle regole fiscali Ue che Conte sta per inviare, probabilmente già oggi, a Bruxelles. Uno scenario ancora tutto da costruire: ma senza dubbio escluso se la procedura d’infrazione non si fermerà.

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