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Notre-Dame, l’incendio dei luoghi comuni: e se fosse successo in Italia?

di Francesco Prisco


In fiamme Notre Dame di Parigi

3' di lettura

Non ci fraintendete. Qui nessuno mette in discussione l’importanza di Notre-Dame per Parigi, la storia di Francia, d’Europa, del mondo, l’opera d’arte immensa, la fonte d’ispirazione di eccelsi artisti e il pezzo d’immaginario collettivo che abbiamo rischiato di perdere la sera del 15 aprile. Qui il tema non è il disastro di Île de la Cité, ma come è stato percepito dall’opinione pubblica e raccontato dai media: una tragedia, qualcosa di paragonabile all’11 settembre o all’alluvione di Firenze. Eppure è stato qualcosa di molto diverso, di più vicino all’incendio della Fenice di Venezia o al crollo della Schola Armatorum a Pompei.

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Realtà sacrificata alla narrazione
Qui i terroristi non c’entrano, né l’odio verso la cultura occidentale, il simbolo dell’Europa prima e dell’europeismo di conseguenza. Non è stata neanche una catastrofe naturale, qualcosa di imponderabile un minuto prima che accadesse e implacabile un minuto dopo. Non c’entra insomma la retorica del 90% delle argomentazioni che abbiamo sentito e letto a caldo, dopo l’incendio. Qualcuno ha detto che «brucia l’anima dell’Europa, non solo quella cristiana», qualche altro ha scritto del «tesoro perduto», qualche altro ancora che «Notre-Dame non c’è più», sacrificando all’enfasi della narrazione la realtà dei fatti. Perché Notre-Dame a guardar bene c’è ancora, per qualto un po’ malconcia. E, sempre a ben guardare, non è la prima volta che le capita, in 837 anni di storia.

Il buonsenso del «rinnegato» Depardieu
Chi ha raccontato e, ancora di più, commentato il rogo ha spesso e volentieri sbagliato categorie: lasciate perdere tragedia e catastrofe. L’ultima parola la avranno le indagini in corso per disastro colposo, ma sembra sempre più evidente che abbiamo a che fare con l’imperizia, forse un errore umano, «mi è subito tornato in mente il rogo del Teatro la Fenice di Venezia. Era il 1996, oggi siamo nel 2019. È pazzesco che si possano ripetere episodi terrificanti di questo genere», ha detto l’attore Gérard Depardieu, francese «rinnegato» per motivi fiscali, tra i pochissimi a centrare senza retorica il cuore del discorso, con una lucidità che è al di sopra delle parti. Qui a quanto pare c’entrano la concentrazione di polveri e l’assenza di un sistema anticendio automatico, come due anni fa denunciava lo studio di Paolo Vannucci, docente di meccanica all’Università di Versailles. Un italiano, ma pensa te.

Notre-Dame il giorno dopo

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Una faciloneria italiana, troppo italiana
Quella che ha probabilmente scatenato l’incendio di Notre-Dame è stata una faciloneria italiana, troppo italiana. La provocazione è d’obbligo: come avrebbe reagito il mondo se un disastro simile fosse accaduto da noi, alla Galleria degli Uffizi o, ancora, al Pantheon di Roma, non a caso inserito da Vannucci nella lista degli edifici storici con problemi analoghi a quelli della cattedrale di Notre-Dame? Non è difficile immaginarselo, dopo tutto si tratta di un film che abbiamo già visto. Quando andò in fumo la Fenice citata da Depardieu e tutte le volte che c’è stato un crollo a Pompei: altro che Parigi vittima di perdita incommensurabile, collette internazionali da 700 milioni e parigini in lacrime sul Lungosenna.

«Les italiens» e altri luoghi comuni
Sarebbero subito partiti processi sommari che neanche nella fase del terrore: chi aveva il compito di controllare e non lo ha fatto? Se non si è restaurato, perché non si è restaurato? Se si è restaurato, perché si è restaurato male? E soprattutto, siccome siamo al di qua delle Alpi: chi ha rubato? Nella stagione dei crolli a Pompei, l’Unesco minacciò di cancellare l’area archeologica vesuviana dalla lista dei Beni patrimonio dell’umanità. Qualcuno arrivò persino a ipotizzare una manina misteriosa che tirava giù i muri e avvertiva la stampa per chissà quali secondi fini. Chi vuoi che faccia lo stesso stavolta? Non ce la prendiamo troppo: da eredi morali di Jessica Rabbit, noi italiani non siamo cattivi, ci disegnano così. Incatenati ai luoghi comuni delle t-shirt da esportazione col volto sacro di don Vito Corleone, per l’opinione pubblica globale siamo Les italiens. Proprio come ci etichettano da sempre i cugini d’Oltralpe.

L’eterna condanna del non prendersi troppo sul serio
Comunque la vogliate mettere, dalla triste vicenda e soprattutto dalla rappresentazione mediatica che ne è seguita si trae un doppio insegnamento, piuttosto elementare. Uno: i beni artistici sono vulnerabili per definizione e di premure da adottare per conservarli non ce ne sono mai abbastanza. In Italia come in Francia o a qualsiasi altra latitudine. Due: i francesi, secondo il grande Jean Cocteau, sono degli italiani di cattivo umore. Gli italiani, all’opposto, sono dei francesi di buon umore. Morale della favola: a differenza loro, nessuno ci prende troppo sul serio. E a ben guardare neanche noi lo facciamo.

Riproduzione riservata ©
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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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