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Nouvelle Vague francesce: cinque designer reinterpretano lo stile parigino

Saliti alla ribalta durante la pandemia, Pieter Mulier, Nicolas Di Felice, Casey Cadwallader, Guillaume Henry e Daniel Roseberry stanno reinventando alcune storiche maison. Con un'estetica estrema.

di Alexander Fury

Il direttore creativo di Courrèges, Nicolas Di Felice, con la modella Marie Loridan, che indossa uno chemisier in pelle, Courrèges (3.000 €). Foto Tom de Peyret.

7' di lettura

A Parigi sta succedendo qualcosa di nuovo. Anzi bisognerebbe dire di antico, visto che si parla di moda e la città ne è una delle capitali indiscusse (e bisogna ringraziare Luigi XIV). Firme storiche come Alaïa, Courrèges, Mugler, Patou, Schiaparelli, si stanno reinventando. Arriva aria nuova negli antichi palazzi. La storia è ovunque, come una specie di ossessione: perfino entrando da Starbucks si trovano preziose boiserie del XVIII secolo. È una città che, quando si tratta di moda contemporanea, sa molto bene come infondere nuova linfa alla tradizione; è già successo nel 1983, quando Karl Lagerfeld lo fece per Maison Chanel.

La rilettura di oggi ha una cifra differente. Sono cinque i nomi – Pieter Mulier per Alaïa, Nicolas Di Felice per Courrèges, Casey Cadwallader per Mugler, Guillaume Henry per Patou e Daniel Roseberry per Schiaparelli – ad aver attirato l'attenzione con approcci molto diversi tra loro ma che, combinati, delineano uno stile parigino lontano anni luce dai vecchi schemi. Non c'è un fil rouge estetico che lega le maison e i loro stilisti: non si può conciliare il lezioso taffetà e le balze del nuovo Patou con l'affilato minimalismo anni Sessanta di Courrèges, e neppure con la sensualità esplicita di Mugler. Però contesto e approccio sono simili. I direttori creativi sono quasi tutti saliti alla ribalta durante la pandemia, alcuni si erano già insediati prima, mentre il lavoro di altri – come Mulier (nominato nel febbraio 2021) e Di Felice (settembre 2020) – si è svolto interamente con le restrizioni del Covid-19. Per attirare fan e clienti, le creazioni hanno dovuto comunicare qualcosa di diverso e farlo in modo diverso.

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Casey Cadwallader, nato 42 anni fa nel New Hampshire e dal 2017 direttore creativo di Mugler, ha ottenuto un grande successo con capi di complessa ingegneria: body fascianti in nylon che alternano opacità e trasparenze, come quelli indossati da Beyoncé su una celebre copertina di British Vogue e da molte altre pop star. Cadwallader attinge all'heritage del fondatore della maison, il couturier Manfred Thierry Mugler, morto lo scorso gennaio. La fama per lui era arrivata tra gli anni Ottanta e Novanta, con capi audaci che combinavano futurismo e glamour “old style”, e grazie alla sua famosissima fragranza Angel (1992). Oggi Mugler propone pezzi come jeans costruiti con inserti di denim (che indossa lo stesso Cadwallader) o stivali che si arrampicano sulle cosce e combinano calzetteria e tacchi vertiginosi, frutto della nuova collaborazione con Jimmy Choo. «Credo che, in questo momento, tutti abbiano voglia di qualcosa di unico», spiega Cadwallader, sintetizzando l'appeal speciale di ognuno di questi marchi. «Ogni maison deve concentrarsi su ciò che la rende diversa e allontanarsi dalle zone grigie, perché ci sono così tanti brand, e c'è così tanto Instagram, che bisogna davvero saper cristallizzare ciò che un marchio ha di speciale». Pausa. «E farlo meglio di chiunque altro».

Casey Cadwallader, direttore creativo di Mugler, insieme alla modella e amica Cyrielle Lalande, che indossa un trench in pelle, un corsetto stretch (2.500 €) e pantaloni aspirale in vernice (700 €), tutto MUGLER. I sandali sono della collaborazione MUGLER x JIMMY CHOO (1.495 €). Foto Tom de Peyret.

 

Il concetto di unicità si estende anche ai casting di Cadwallader e, ultimamente, ai video con cui ha presentato le sue collezioni – con modelli e testimonial non binari, incluse le attrici Hunter Schafer (Euphoria) e Dominique Jackson (Pose). «Esplorare che cosa voglia dire la parola sexy oggi è al centro del mio lavoro», dice. «Credo che Mugler sia sempre stato sinonimo di corporeità, della capacità di proiettare una certa immagine. Mugler è stato un brand che ha rappresentato la cultura in cui era nato, cioè un'epoca in cui tutto ruotava intorno al ruolo seduttivo della donna. Oggi, invece, al centro c'è un forte senso di sé e di empowerment. La definizione di ciò che è sexy è molto più aperta, dinamica e inclusiva di quanto non lo fosse negli anni Novanta. Non conta l'età, l'altezza o il tipo di corporatura».

Courrèges, fondata nel 1961 dalla coppia marito-moglie André e Coqueline Courrèges, era scivolata fuori dai radar della moda all'inizio degli anni Ottanta e, in tempi più recenti, sta riuscendo a catalizzare di nuovo l'attenzione. Se il nome non vi suona familiare, di certo ne conoscerete il look: nel 1964 Courrèges fu il pioniere della moda “Space Age”, che da allora è stata molto copiata. Nicolas Di Felice ha 38 anni e il suo obiettivo è reinventare il look anni Sessanta (alcuni pezzi vintage vengono ancora oggi sfoggiati dagli appassionati), un compito che a molti potrebbe sembrare immane. «Non lo sento come un limite», dichiara invece lui. Prima di approdare da Courrèges, ha lavorato per Louis Vuitton sotto la direzione di Nicolas Ghesquière e, prima ancora, per Balenciaga (tra parentesi, Courrèges aveva fatto il sarto proprio per il formidabile Cristóbal Balenciaga).

T-shirt con il logo in rilievo, gonna e stivali in vinile. Tutto Courrèges. Foto Tom de Peyret.

 

Per la sua seconda sfilata – presentata a settembre en plein air su un gigantesco quadrato bianco al centro di Bois de Vincennes – Di Felice ha proposto il traslucido pvc iconico del marchio e tante minigonne, insieme a top incrociati e cut-out che lasciano scoperte ampie porzioni di corpo. «Molto hot», mi ha detto strascicando le parole uno stylist di New York a fine sfilata. «A quelle ragazze – Gigi, Bella – non importa poi molto la storia della maison, il suo heritage. Adoreranno questi capi e basta». Qui non si sta parlando di brand come Chanel o Dior, dove basta il nome per definire un look, una storia e una filosofia (o, almeno, un logo e una borsa).

Patou, in particolare, ha un'identità difficile da mettere a fuoco. È stato fondato nel 1914 da Jean Patou e, negli anni Venti, il suo sportswear rivaleggiava con quello di Gabrielle Chanel. Poi però nel 1936 Patou morì, a soli 55 anni. Da allora ai vertici del marchio si è avvicendata una girandola di stilisti, incluso Christian Lacroix che, negli anni Ottanta, ha reinventato la maison, proponendo il suo mix postmoderno fatto di riferimenti alla storia della moda, colori intensi, crinoline, fiocchi e, in generale, una frivola fatuità che era manna per i guardaroba di socialites quali Blaine Trump e la principessa Gloria di Thurn und Taxis. Era anche haute couture, prodotta in pochi pezzi e visibilmente molto costosa, perfetta per l'epoca.

Il direttore creativo di Patou , Guillaume Henry, con la cantante Kimberose che indossa abito (990 €) e pantaloni (890 €) in seta stampata, sandali in velour, cerchi in ottone (350 €) e borsa in pelle (950 €). Tutto PATOU. Foto Tom de Peyret.

Patou è parte di Lvmh e, nel 2018, Sidney Toledano, presidente e direttore generale del gruppo, ha messo alla sua guida Guillaume Henry, 43 anni e unico francese tra questi nuovi stilisti. Henry ha cercato di rivitalizzare la maison combinando il ricordo dei gloriosi anni Ottanta con lo spirito sportswear di Jean Patou; al posto di un abito couture da ballo, una felpa e una gonna a forma di bolla, o una T-shirt con un enorme collo in pizzo che sembra uscito da un ritratto di Van Dyck, ma può essere staccato e messo in lavatrice. «È sempre buona cosa non farsi traumatizzare dagli archivi», dice Henry, non troppo preoccupato della sfida di ridare vita a un brand che, da tempo, molti relegavano nel passato. Sorride: «A me piacciono le favole, è come svegliare la Bella Addormentata». Come fa notare Henry, gli abiti negli archivi di queste maison vengono ora riscoperti e reindossati da una nuova generazione di consumatori. Da Courrèges le vendite sono andate bene dai primi anni Novanta, un periodo con ispirazioni un rétro che proprio adesso vengono riportati in vita, a dimostrazione di quanto la moda abbia spesso la memoria corta.

Tre look della sfilata autunno 2022 di Alaïa, presentata lo scorso gennaio.

 

I capi vintage di Azzedine Alaïa vengono venduti a cifre astronomiche. Soprattutto quelli in maglia a intarsi e quelli a stampa animalier o con decori ispirati alle farfalle, indossati dalle topmodel che Azzedine Alaïa stesso ha contribuito a far emergere. Anche l'attuale direttore creativo di Alaïa, Pieter Mulier, compra pezzi vintage della maison. Da Mugler invece prestano volentieri l'archivio, per esempio alla rapper Cardi B che ha indossato molti di questi pezzi unici. Un capo originale di Elsa Schiaparelli, che fondò la sua sartoria a Parigi nel 1927 e fu rivale di Coco Chanel, oggi può essere venduto per molte migliaia di dollari. Il revival della maison, guidata da Daniel Roseberry, propone pezzi forse più portabili nel pret-à-porter. I suoi capi surrealisti della couture, che si ispirano ai primi, originali Schiaparelli, sono stati ben accolti sul red carpet e indossati da star come Beyoncé ed Emma Corrin, oltre che da Lady Gaga quando ha cantato l'inno per la cerimonia di insediamento del presidente Biden.

Alcuni degli abiti della sfilata couture, p/e 2022, disegnati da Daniel Roseberry per MAISON Schiaparelli.

 

Queste maison sono connesse più dalla geografia che dall'ispirazione. Chiedete a uno dei loro stilisti di parlarvi dello stile parigino e non otterrete immagini iconiche: niente basco e niente Catherine Deneuve. «Può darsi che la generazione più giovane non abbia mai sentito il suo nome», dice Henry, una frase con cui, qualche anno fa, avrebbe fatto alzare più di un sopracciglio. «Mi piace condividere queste cose con il mio team, perché è una squadra in gran parte più giovane di me», continua. «Sono persone che vedono la moda in modo diverso, più legato al concetto di attitudine e community». Cadwallader è d'accordo: «La moda a Parigi è uno stato d'animo». E anche se la sua è un'estetica Mugler estrema – ma tutte queste case di moda si propongono in modo abbastanza estremo – l'idea è che un look si possa decostruire, smontare e integrare nel guardaroba di chiunque.

Un'immagine backstage della sfilata p/e 2022 di Alaïa. Foto Anthony Seklaoui.

 

«Ho preso in mano un brand fortemente parigino, ma penso che lo stile parigino stia molto nel modo in cui si indossano le cose», aggiunge Di Felice. «Per esempio, oggi ci si chiede meno che cosa sia womenswear o menswear. L'importante è che cosa vuoi indossare. Quello che interessava ad André Courrèges, perfino più delle passeggiate lunari, era vestire le persone». Se si volesse trovare un'altra similitudine, i clienti di questi brand porteranno i capi mischiandoli con pezzi vintage o di altri brand, con sneakers e jeans. Anche se si tratta di abiti che possono sembrare eccessivi, li unisce un senso di praticità. Del resto, «per riportare a nuova vita una maison non c'è niente di meglio che creare qualcosa che la gente indosserà», conclude con sano pragmatismo Di Felice. Rimettendosi subito al lavoro per fare proprio questo.

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