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«Nozze» scoppiettanti e serrate al Galli di Rimini

di Carla Moreni


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3' di lettura

Non sono “Nozze” qualunque, e non solo perché le dirige Riccardo Muti, con i suoi giovani dell'Orchestra Cherubini. E nemmeno perché portano il blasone di un ospite speciale, il Capo dello Stato Mattarella, seduto in platea, tra il pubblico. Certo, grazie a loro la sala è sotto assedio e blindata. Fuori, in piazza, davanti al maxi schermo, non si trova una sedia vuota, non un posto ai tavolini dei bar o sui marciapiedi intorno. Alla fine saranno in diecimila, nella Rimini delle spiagge e discoteche, nella notte del primo sabato di agosto, una fiumana per ascoltare Mozart. Proposto serrato, fitto, quasi solo Arie (senza quasi Recitativi) come nei dischi di Karajan anni Sessanta. Messo a concludere la quinta edizione della Italian Opera Academy di Ravenna e insieme ad aprire il cartellone della settantesima Sagra Malatestiana. E a far brillare il Teatro Galli, storico edificio ottocentesco, riaperto lo scorso ottobre. Famoso per un primato: nessuno era ancora riuscito a ricostruirlo, dai bombardamenti del '43.
Settantacinque anni dopo, rifulge di rinato splendore. Originale per impatto, con gli interni neoclassici presidiati da grifoni dorati onnipresenti. Volendo si comprano (in copia): bastano 250 euro e molto spazio in valigia. Seppure a ferro di cavallo, all'italiana, il teatro si allontana totalmente dal modello tradizionale del salotto, con tende e velluti. Attraversarlo è una scoperta, un piacere. Dai sotterranei fin su, per le ampie scalinate ellittiche, al giro in alto del loggione, chic e odoroso di pittura fresca. Con affaccio stupendo sulla sala, mentre tocchi il soffitto con un dito. Un vero gioiello, il Galli. Incredibile che la città ne abbia potuto fare a meno, tanto a lungo.

Le Nozze di Figaro al Teatro Galli

Le Nozze di Figaro al Teatro Galli

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A Riccardo Muti il rilancio, sugli applausi entusiasti che coronano l'esecuzione e dopo un finale mozartiano mai sentito tanto scoppiettante di felicità (sono veri fuochi d'artificio, sul “dar fuoco alle mine” del libretto di Da Ponte). Perché dopo il ringraziamento al Presidente, “in un momento di perdita di valori della cultura e dello spirito” e dopo il plauso ai Cherubini, “la parte migliore dell'Italia di oggi”, il direttore auspica da qui l'avverarsi di un sogno: che come il Galli, altri teatri chiusi riaprano. Che ogni città abbia il proprio. Da destinare ai giovani, “per far rivivere l'opera, la danza, la musica sinfonica e da camera, secondo nuove idee”.

E nuove arrivano anche queste “Nozze di Figaro”, una tra le partiture più frequentate dal Maestro, per una vita: vuoi per il peso strumentale d'assieme dei giovani, in organico ristretto, vuoi perché le voci sono buone ma senza star, i tempi vengono spiccati rapidi, secondo un'articolazione brillante. E con chiusure spicce, nette, come un sigillo. Si stacca da questo incedere precipitoso, da “folle journée”, il Recitativo accompagnato della Contessa, struggente sulle frasi spezzate, affidato a una coinvolta Serena Gamberoni, alla conquista del nuovo ruolo. Anche Susanna, Damiana Mizzi, arriva timbricamente un poco sottile (ma siamo alla terza replica consecutiva, e assai più faticosa è l'infilata di tutte le Arie principali, senza il riposo dei Recitativi al cembalo); tutti comunque, compresi il Figaro di Alessio Arduini, Paola Gardina come Cherubino e Isabel de Paoli Marcellina, torniscono testo e note in perfetta simbiosi espressiva. Una scoperta Luca Micheletti, baritono facile, nella parte del Conte; una conferma Carlo Lepore, spiritoso Bartolo; di effetto il don Basilio di Matteo Falcier, che trasforma l'Aria lagnosa del manto d'asino - grazie all'orchestra sotto - in una vera tempesta. Ha colore che buca Riccardo Benlodi, don Curzio, e ritaglia il suo minuto e mezzo di spilla perduta con sicurezza da ragazza la Barbarina di Letizia Bertoldi.
Muti è sempre più attratto dalle ombre della scrittura mozartiana: il pianissimo dell'assieme conclusivo, dice più smarrimento che gioia; fanno notturno napoletano i pizzicati di violini e viole imbracciati come chitarre, sotto “Voi che sapete”. Perfetto, incantevole, è il Sestetto ossessivo delle agnizioni, giocato su mille dettagli e ripetizioni, in avviluppo a spirale. Esigente, scopertamente severo nel dominio sui giovani strumentisti, Muti consegna loro una imperdibile eredità. Fatta di ricerca, senza fine.

Il messaggio passa anche ai cinque allievi direttori e ai tre maestri collaboratori, nei dieci giorni di Italian Opera Academy, quest'anno appunto incentrata sulle “Nozze di Figaro”, al Teatro Alighieri di Ravenna. Ma l'apprendimento profondo, la lezione che intride, rimane sui Cherubini. Già in settecento si sono avvicendati, a ruota, a questi leggii, e tutti provenienti dai Conservatori italiani. In crescita costante, nel passaggio di testimone. A Rimini, a gennaio dell'anno prossimo (repliche a Ravenna, Modena e Piacenza) suoneranno in buca nell'”Aroldo”, la mitica unica opera di Verdi scritta nel 1857 per inaugurare un teatro. Che era appunto il Galli. Segnare data in agenda.

“Le nozze di Figaro” di Mozart; Orchestra Giovanile Cherubini, direttore Riccardo Muti; Rimini, Teatro Galli

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