Banche

Npl, la spinta Bce sullo smaltimento. Si parte da 40 miliardi

di Luca Davi


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(EPA)

3' di lettura

All’orizzonte, per le banche italiane, si prospettano certo più accantonamenti sui crediti. Ma anche, di riflesso, più cessioni di prestiti, specialmente di quelli non garantiti: segmento, questo, su cui potrebbe registrarsi un cambio di strategie da parte delle banche, con una revisione al rialzo del pricing, ma anche la vendita di prodotti di terzi e, forse, anche la cessione delle piattaforme interne di gestione.

Spira il vento del cambiamento sulle politiche del credito italiano dopo il varo dell’addendum della Bce sugli Npl della scorsa settimana. Dopo una lunga attesa, l’Ssm ha alzato il velo su un testo che ha confermato quanto previsto nella prima versione di ottobre (7 anni per svalutare al 100% i crediti deteriorati garantiti, 2 per quelli non garantiti) con la sola modifica di posticipare al 2021 l’entrata in vigore della misura.

L’effetto più evidente, concordano gli osservatori, sarà quello di un aumento progressivo degli accantonamenti. Le stime di consensus mettono in conto un extra-fabbisogno di 3-4 miliardi di euro a regime, pari a circa 30 punti base di Cet1. Un fabbisogno tutto sommato contenuto, se si considera che in media le banche italiane possono contare su un cuscinetto di 351punti base rispetto alle soglie minime, secondo i calcoli di Equita Sim.

L’effetto vero, allora, si vedrà nelle politiche di gestione dei crediti. E in particolare su quelli deteriorati non garantiti, su cui pesa l’obbligo di svalutazione al 100% nel giro di un biennio dall’ingresso a deteriorato. Una montagna che vale oggi circa un quinto del totale degli Npl, pari a una ventina di miliardi di euro nel sistema bancario italiano in termini netti.

Troppo grande è il costo di tenere questa tipologia di Npl sui bilanci, qualora le cose per l’affidatario andassero male. In breve tempo, e ai primi segnali di deterioramento, di fatto, il credito andrebbe azzerato. E per il loro recupero le cose si fanno complicate. Sono “labour intensive”, anzitutto. Tanto che vengono venduti in grandi volumi a operatori specializzati per pochi centesimi. È chiaro che, a fronte di una capacità di recupero interno degli Npl da parte degli istituti che, in media, non va oltre il 5% del loro valore, per le banche diventerà poco conveniente tenere a bilancio questi crediti per gestirli. E così gli effetti potrebbero essere due. Il primo, più banale, è un aumento delle cessioni stesse agli investitori specializzati.

Un trend, questo, che andrebbe così a rafforzare il trend che vede oltre 43 miliardi di euro di Npl, secondo le stime di Equita Sim, in arrivo sul mercato entro il prossimo biennio, per portare l’Npe ratio su livelli più vicini a quelli europei. L’altro effetto, invece, è rappresentato dalla riduzione dell’incentivo a mettere a bilancio tali crediti. Cioè a erogarli. «Il cambiamento nell’appetito al rischio delle banche andrà a impattare soprattutto il credito al consumo, i prestiti personali, e in generale quelli a breve termine, con il segmento retail e lo small business e medium che saranno maggiormente impattati da tale cambiamento», spiega Giovanni Razzoli, analista di Equita Sim.

Non solo. Oltre al pricing - in generale si può stimare un aumento generalizzato del costo di questi crediti o un boom di richieste di garanzie - a mutare potrebbe essere anche il business model degli istituti: le banche potrebbero iniziare a «considerare di diventare distributori puri di prodotti di terzi, specialmente di prestiti al consumo non garantiti di player specializzati che non sono sotto sorveglianza Bce».

Come se non bastasse, alla Bce, sempre la scorsa settimana si è aggiunto il documento in consultazione dell’Eba sulla gestione dei non performing. Il testo prevede che dal primo gennaio 2019 le banche adottino strategie chiare sul fronte della gestione del fardello dei crediti deteriorati, sia in termini di governance che di modelli operativi. Nessun impatto materiale sul Cet1, ma certo questo crea un ulteriore incentivo a vendere il business del servicing. Un po’ come sta succedendo a Intesa Sanpaolo. Qualora BpmBanco, Ubi e Bper decidessero di implementare questa opzione, il rilascio di capitale potrebbe essere compreso tra 10 e 27punti base sul Cet1.

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