reportage

Nucleare, il dilemma inglese delle tre centrali

Reportage da Bradwell, dove il piano atomico prevede uno degli impianti con tecnologia cinese. Abitanti divisi tra pro e contro. I sovraccosti

di Simone Filippetti

6' di lettura

Alcune famiglie godono una passeggiata in spiaggia. Per l’Inghilterra sembra una classica scena di tarda estate e invece sulla costa di Bradwell-on-Sea — località dell'Essex, a due ore di viaggio da Londra, dove domina e segna il paesaggio una gigantesca centrale nucleare — è l’autunno più caldo e assolato da anni e la gente saluta con favore il climate change in riva a un mare così freddo e scostante che lascerebbe perplesso qualsiasi italiano.
Il posto per ospitare una centrale nucleare non fu scelto a caso: quella di Bradwell difficilmente si definirebbe una riviera o una zona di mare turistica. In realtà, il gigante dorme: dal 2018 la centrale è chiusa, dopo 6 anni di progressiva riduzione. È la prima nella storia in Inghilterra. Dopo 60 anni, l’impianto è stato spento perché arrivato a fine vita. Bradwell era stata inaugurata dalla regina Elisabetta nel 1962: una centrale a doppio reattore che, al picco, era arrivata a impiegare 10mila persone.

Una scatola caduta dal cielo

Lo scheletro della centrale si staglia imponente all'orizzonte: lo si vede da chilometri di distanza tanto è sproporzionato rispetto al paesaggio ondulato di campi di grano alternati a macchie di alberi. Sembra una scatola colossale di acciaio, senza finestre o aperture, caduta dal cielo in mezzo alla campagna inglese. Nonostante che sia abbandonata da tempo, è tenuta benissimo: sembra appena costruita. Nel parcheggio dell'impianto ci sono decine di auto parcheggiate, nonostante tutto sia sigillato: i vacanzieri fuori stagione hanno trovato un uso alternativo della piazzola aziendale.
Non sono gente del posto; vengono da Chelmsford, profonda provincia inglese, e questa è la spiaggia più vicina: un sentiero che costeggia proprio la centrale porta alla riva. Per chi non ha pretese marinare da Sardegna ma nemmeno da Romagna, la spiaggia è un ottimo diversivo. Peccato che le scampagnate siano destinate a finire: il Governo ha un mega progetto chiamato Bradwell B.
Qui sorgerà una nuova centrale nucleare: 183 ettari di impianto con una capacità produttiva di oltre 2mila megawatt di potenza totale (1.090 megawatt di potenza elettrica netta), che pescherà 130mila litri al secondo di acqua dal mare per raffreddare il reattore nucleare Hpr 1000, variante cinese della tecnologia francese Epr.

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Turisti tranquilli

La prospettiva non sembra impressionare troppo i bagnanti: «Qui c'è già una centrale. E quella nuova da qualche parte bisogna pur costruirla», commenta pragmatico un nonno che gioca con la nipotina. Al bancone del pub King's Head, che ha come insegna il ritratto di Enrico VIII, unico locale dove si ritrovano i 863 abitanti di Bradwell (stando all'ultimo censimento nel 2011) la proprietaria che serve le birre, mentre il marito lavora in cucina, dice di essere contenta della futura centrale: «Porterà lavoratori, più persone, e più lavoro».
Graziose casette di legno e cottage da fiaba: il villaggio non sembra un posto che da 8 anni ha perso la sua unica industria, ed è tutt'altro che in declino. Ma loro, racconta la proprietaria, non sono del posto: il pub lo hanno preso in gestione quando già la centrale era chiusa, non sanno come fosse prima; né se la gente fosse contenta o no.
Per capire che cosa pensino gli abitanti non serve sforzarsi molto: basta attraversare la strada. Dall'altra parte c'è una chiesa romanica. È una delle più antiche chiese cristiane dell'Inghilterra: risale all'XI secolo a quando il piccolissimo insediamento dei pirati sassoni arrivati dalle coste della Germania si chiamava Bradwell-Iuxta-Mare: il latino era ancora la lingua ufficiale, l'inglese agli albori.

Favorevoli e contrari

Sulla bacheca pubblica ci sono cartelli: “«o alla nuova centrale nucleare». I lavori porterebbero «anni di disagi, traffico, inquinamento e buche» e il sistema di raffreddamento, accusano, ucciderebbe decine di migliaia di pesci al giorno.
Paese che vai, Nimby che trovi: pare paradossale ma nessuno pare preoccupato dal rischio di incidenti. Il motivo lo spiega un ciclista del posto interessato più alle buche delle strade che agli isotopi radioattivi: «In caso di un incidente nucleare, che la centrale sia qui o a 500 chilometri cambierebbe poco».

Difficilmente i Nimby locali saranno ascoltati a Londra: a Bradwell non arriva nemmeno il treno. La linea si ferma a Southminster, un tempo località di villeggiatura e ora desolata cittadina dell'Essex, la patria dei “cafoni” dell'Inghilterra per via della città luna park di Southend-On-Sea.
Bradwell era perfetta perché è un posto remoto e poco abitato. Così poco abitato che là dove ora c'è il relitto della centrale nella Seconda Guerra Mondiale c'era una base aerea della Raf da dove decollavano gli aerei contro la Germania. Serviva una località appartata.

Il gemello Hinkley Point

La futura Bradwell B ha un gemello, dalla parte opposta del paese, nella costa occidentale del Somerset.
Si chiama Hinkley Point: anche lì c'è già una centrale, ancora attiva, e entrambi i progetti sono stati affidati a un'alleanza tra il gruppo francese Edf, il colosso elettrico europeo che in Italia controlla la Edison, e la società di stato cinese Cng che fornisce le due cose essenziali: capitali e tecnologia, e che nel caso di Bradwell ha pure la maggioranza della proprietà.
La joint-venture ha anche un terzo progetto, a Sitewell, dove 32 ettari di paludi e boschi saranno cementificati per costruire una centrale da 3,2 gigawatt di potenza: da sola, Sitewell coprirà il 7% del fabbisogno di elettricità dell'intero paese.
I Nimby di Bradwell sono l'ultimo dei problemi per il Governo: il principale è il finanziamento. Costruire nuove centrali ha costi esorbitanti che il Regno Unito non è in grado di sostenere da solo. Il nuovo ciclopico impianto di Hinkley è quello più allo stadio più avanzato: è già in costruzione, gli altri sono solo progetti su un foglio di carta. Ma costa 22,5 miliardi di sterline, un'enormità specie in tempi di crisi economica da pandemia. Il vantaggio è la sinergia: terminato Hinkley Point, i costi per i siti gemelli Bradwell e Sitewell si ridurrebbero di un 20%. Ma con la Guerra Fredda in corso tra Regno Unito e Cina anche per quanto riguarda l'ex colonia britannica di Hong Kong e i suoi cittadini con doppio passaporto e doppia legislazione, il rischio di una ritorsione è alto: le centrali nucleari sono una grossa arma negoziale in mano a Pechino.

Il piano zero emissioni

La Gran Bretagna si è da tempo impegnata in un ambizioso piano: nel 2050 il paese si alimenterà solo a elettricità “pulita”, senza combustibili fossili.
Il Net Zero 2050 è uno dei pilastri di politica industriale e ambientale del paese, a prescindere da chi siede al Governo. E per arrivare a quella scadenza, che sembra lontana ma è in realtà vicinissima, senza più petrolio o metano, ci vuole per forza il nucleare.
In realtà già oggi il Regno Unito dipende pochissimo dai carburanti più sporchi: petrolio e carbone pesano solo per meno del 10%. Il grosso, il 40%, arriva dal gas.
Ma le sole fonti rinnovabili sole non bastano. Quello dell'atomo e del Regno Unito è peraltro un matrimonio duraturo, rinnovato nei decenni da tutti i governi, conservatori e progressisti.
Nel 2006 all'epoca della Cool Britannia di Tony Blair, il New Labour guardava con simpatia al nucleare: il maggiore sponsor politico di Hinkley Point è l'ex ministro laburista Barry Gardiner. Mentre l'ex premier Theresa May si è sempre opposta al nucleare inglese, ma solo per la presenza della Cina, non per la tecnologia. E il Governo di Boris Johnson ha proseguito nella stessa direzione: ha sbattuto fuori Huawei dal 5G nelle telecomunicazioni e sta alzando le barricate contro la Cina.

Guerra tecnologica

Ma una ritorsione di Pechino sul nucleare metterebbe il Regno Unito in seria difficoltà: la decarbonizzazione del Regno Unito, che come ogni paese sviluppato ha una continua e crescente fame di elettricità, dipende da Pechino.
Senza i soldi e senza la tecnologia cinese, la Gran Bretagna non riuscirà a raggiungere l'ambizioso traguardo che sbandiera a pie’ sospinto. Non si può staccare dunque la spina dalla Cina.
Chi metterebbe i 22 miliardi di sterline che servono? Il rischio è che il conto lo paghino i sudditi di Sua Maestà: l'elettricità prodotta dalle centrali avrebbe un costo spropositato rispetto a quella tradizionale e la bolletta degli inglesi si impennerebbe.
A Westminster il dibattito infiamma: Pechino sta diventando un partner ingombrante e scomodo, ma i suoi soldi sono necessari.
C'è anche un problema tecnologico: le future tre centrali avranno dentro tecnologia di proprietà cinese: l'Inghilterra non avrà competenze, né toccherà palla. E tra i parlamentari ci si chiede se sia giusto che un settore così strategico e delicato da maneggiare come il nucleare venga appaltato in toto a un paese straniero, con il quale i rapporti sono ora tesissimi.
Un'alternativa nazionale ci sarebbe: la Rolls Royce, azienda dal cuore britannico, ha sviluppato una tecnologia nucleare alternativa: sono le cosiddette “mini-nuke”, reattori di ridotte dimensioni. Ma significa ripartire da zero e perdere decenni per ripianificare tutto e dover buttare all'aria miliardi dei contribuenti.
Avrà il Regno Unito il coraggio di cacciare Pechino dal nucleare in nome dell'atomo di Stato?


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