bella scoperta

Nuova Cappella degli Scrovegni

di Salvatore Settis


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Cappella, dedicata a Santa Caterina

4' di lettura

Chi non conosce la Cappella degli Scrovegni, col suo celebratissimo ciclo di affreschi di un Giotto poco più che trentenne? Da quando nel secolo XIX il Comune di Padova riuscì a salvare dalla distruzione questo supremo documento di devozione, d’arte e di storia, la Cappella è fra i più famosi monumenti d’Europa, amatissimo da turisti d’ogni cultura. Ma ora un giovane storico dell’arte, Giacomo Guazzini, ha trovato le prove conclusive che di cappella degli Scrovegni a Padova ce n’è un’altra, sostanzialmente sconosciuta ma del più grande interesse. La sua ricerca, in corso di pubblicazione sulle prestigiose Mitteilungen dell’Istituto Tedesco di storia dell’arte di Firenze (Max Planck-Gesellschaft) dove il Guazzini è ricercatore, rende più interessante e vivace il percorso padovano di questo pittore fiorentinissimo, e suscita nuove domande sul suo rapporto con i committenti di una città allora come oggi ricca di energie intellettuali.

Che Giotto a Padova non avesse lavorato solo per il ricchissimo mercante Enrico Scrovegni nella sua cappella all’Arena, si sa da sempre. L’altro polo dell’attività del maestro in città è nella Basilica di Sant'Antonio, scrigno ancora vivissimo di una pietà che alimenta l’arte, e che d’arte si nutre. Gli affreschi della grande sala del Capitolo, a cui si accede dal chiostro della Magnolia, per quanto guasti e compromessi da interventi impropri che si sono succeduti nel corso dei secoli, ancora mostrano resti importanti di scene che devono risalire alla mano dello stesso Giotto. Particolarmente impressionante, fra gli altri, lo straordinario gruppo di figure di una vasta Crocifissione, oggi visibile solo in parte. Ma le presenze di Giotto al Santo non si fermano qui: qualche anno fa lo stesso Guazzini ha individuato un’altra traccia della mano del Maestro nella cappella «della Madonna Mora», luogo fra i più sacri e venerati della Basilica. Qui, ai due lati di una statua certamente più tarda (che ne sostituisce una più antica) balzano imponenti dalla parete due profeti, Isaia e Davide, coi loro cartigli d’ordinanza iscritti con le debite profezie sull’Incarnazione. La qualità degli affreschi e le strette affinità di queste figure col Giotto degli Scrovegni rendono più che plausibile la proposta di Guazzini, di cui questo giornale ha già parlato (1° marzo 2015). Si apriva così una pista, o una domanda: Giotto venne a Padova chiamatovi da Enrico Scrovegni, per poi passare al Santo, o la sequenza va letta in ordine inverso?

Domanda ancor più pressante, giacché al Santo Giotto risulta attivo anche nella cappella di Santa Caterina, dove già Francesca Flores d’Arcais ha individuato come giottesche le figure di Sante del sottarco. Il nuovo studio del Guazzini introduce ulteriori novità, attraverso un’indagine archivistica e archeologica tesa a ricostruire l’aspetto originario di questa cappella prima degli sfortunati scialbi del 1734 e degli impropri “restauri” di Giuseppe Cherubini, che nel 1923-25 intervenne sui lacerti, tornati visibili, delle decorazioni trecentesche, completandole a suo gusto. Ancor più invasivo fu l’intervento di Pietro Annigoni (1981-83), che ricoprì interamente le pareti laterali con nuove Storie di Sant’Antonio. Tuttavia, i resti ancora conservati e l’esame sistematico della documentazione fotografica novecentesca hanno consentito a Guazzini di proporre una persuasiva ricostruzione dell’apparato decorativo della cappella, che si integra perfettamente con i resti ancora conservati (finte paraste, girali vegetali a finto rilievo di sapore archeologico). Niente scene figurate, stavolta, se non i resti di un’Annunciazione, ma un’architettura fittizia di grande complessità, con finte lastre marmoree, edicole, nicchie a incasso, lunette e formelle all’antica: una sorta di sofisticato trompe l’oeil, che a chi sostasse sulla soglia si offriva quasi come l’atrio cerimoniale di un palazzo imperiale romano. Ma quel che rende questo lavoro ancor più interessante è un dettaglio minimo, finora sfuggito ma scoperto da Guazzini: lo stemma Scrovegni, visibile in foto del 1924 e ancora leggibile nel sottarco d’ingresso. Esso conferma quel che alcuni (da ultimo Serena Romano) avevano supposto, ma fornisce a questa committenza un sigillo araldico indubitabile. Il giuspatronato passò ad altra famiglia (Zabarella) nel 1398, e non è forse un caso che poco più tardi (almeno dal 1435) un altare di Santa Caterina compaia alla Cappella Scrovegni all’Arena.

La cappella di Santa Caterina si unisce dunque alle altre presenze di Giotto a Padova, ma costituisce anche un “ponte” fra questo suo diffuso aggirarsi nella nobilissima compagine del Santo e l’intensissima presenza del maestro nella cappella dell’Arena. Anche la scena dell’Annunciazione, probabilmente l’unica presenza figurativa nella cappella di Santa Caterina, la lega strettamente all’altra e più imponente committenza di Enrico Scrovegni: la sacra rappresentazione dell’Annunciazione era infatti, nella Cappella Scrovegni all’Arena, il momento culminante della devozione e del culto. Possiamo dunque, una volta riconosciuta questa seconda (o prima?) cappella degli Scrovegni, provare a leggerla secondo le intenzioni del committente e (specialmente) del pittore.

Tornato da poco da Roma, Giotto sembra avervi immagazzinato tutto un vocabolario di marmi rari, policromi, variegati, di quelli che le rovine di Roma restituivano a profusione, e che i maestri cosmateschi usavano sminuzzare nei loro pregiatissimi pavimenti (richiesti fino a Westminster, dove le maestranze romane ne allestirono uno nel 1268). Non così Giotto. Egli immaginò per l’angusto spazio di questa cappella una decorazione all’antica, che nella sapiente varietas dei marmi preziosi dispiegasse le meraviglie della natura, ma anche la ricchezza del vocabolario ornamentale romano-antico. Egli non poteva aver visto il massimo esempio di questo sistema decorativo ad ampi riquadri di marmi multicolori, che ancora risplende nel nartece di Santa Sofia a Istanbul; ma da chissà quali avanzi romani ne aveva intuito la suggestione, e volle riproporla al Santo, per uso di Enrico Scrovegni.

    Archeologico per matrice e sperimentale per vocazione, il partito decorativo introdotto da Giotto sembra essere il presupposto dell’analoga profusione di finte lastre di marmo colorato nello zoccolo dell’altra Cappella degli Scrovegni (quella all’Arena), dove simili riquadri si mescolano ai monocromi delle Virtù e dei Vizi, di cui è ora ancor più chiaro, con le iscrizioni finalmente lette da Giulia Ammannati (del suo libro si è parlato su Il Sole-24 Ore il 28 maggio 2017), l’alto valore programmatico. Per l’ambiziosissimo Scrovegni, questo riferimento romano potrà esser parso il degno sigillo del rango sociale che sentiva di aver raggiunto con la sua ricchezza. Per Giotto, fu il terreno di una sapiente spola fra l’architettura reale della cappella e la finzione di un paramento murario fatto di geometrie, dei colori di simulati marmi, di audaci sfondamenti spaziali. Il suo spirito arditamente sperimentale aveva trovato negl’immensi serbatoi della Roma antica nuovo nutrimento.

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