ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùTutela del consumatore

Nuova class action: l’identikit e gli enti che potranno promuovere le cause

I criteri, i vincoli e le opportunità della tutela dei consumatori e i requisiti richiesti alle associazioni di rappresentanza, tra norme e trasparenza

di Maurizio Di Rocco

6' di lettura

Il nuovo decreto del ministero della Giustizia (27 del 2022), ha introdotto diversi ed efficaci criteri per individuare gli enti che potranno avviare le cosiddette “azioni di classe”, attualmente disciplinate dalla legge 31/2019. Tale decreto - che assume la forma di Regolamento – prevede, infatti, l’istituzione di un apposito elenco pubblico, tenuto presso il ministero della Giustizia, nel quale dovranno essere obbligatoriamente iscritte tutte le associazioni e organizzazioni che intendono proporsi come soggetti autorizzati ad avviare azioni giudiziarie per la «tutela dei diritti individuali omogenei e interessi collettivi dei consumatori e degli utenti». I primi enti che potranno iscriversi saranno le associazioni dei consumatori ed utenti rappresentative a livello nazionale che già risultano accreditate presso il ministero delle Attività produttive in base all’articolo 137 del Codice del consumo, mentre le successive iscrizioni saranno consentite solo alle organizzazioni o associazioni che dimostrino:
1) di essere costituite da almeno due anni;
2) di avere sede in Italia o in un altro Stato membro dell’Unione europea;
3) di avere come scopo statutario la tutela di diritti individuali omogenei, senza scopo di lucro;
4) di avere un ordinamento interno a base democratica, che preveda la convocazione degli iscritti con cadenza almeno annuale;
5) di svolgere in modo continuativo, stabile ed adeguato le attività statutarie;
6) di raccogliere finanziamenti nel rispetto delle regole fissate dal cosiddetto “Codice del Terzo settore” (decreto legislativo 117 /2017);
7) di prevedere requisiti di onorabilità degli associati, amministratori o rappresentanti legali conformi a quelli fissati dal “Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria” (vedi articolo 13 del decreto legislativo 58/1998);
8) di garantire la trasparenza amministrativa e contabile, anche mediante la pubblicazione di un bilancio revisionato da terzi.

Fermo restando che tutti requisiti descritti dovranno essere posseduti alla data di presentazione della domanda di iscrizione, ai fini della permanenza nell’elenco tutti gli enti accreditati dovranno comunicare al ministero, entro il 31 gennaio di ogni anno, il loro ultimo bilancio, assieme a una relazione che comprovi continuità e rilevanza dell’attività svolta durante l’anno appena trascorso. Detta relazione, tra l’altro, dovrà indicare anche il numero e le modalità con cui sono state erogate le prestazioni di assistenza e consulenza ai consumatori, nonché il numero dei ricorsi eventualmente presentati a tutela dei medesimi, oltre alla tipologia e al numero delle iniziative pubbliche assunte nell’esercizio della propria attività statutaria.
Il decreto in esame, poi, disciplina anche le cause di sospensione e cancellazione dall’elenco. In particolare la sospensione, da un minimo di quattro fino ad un massimo di dodici mesi, potrà essere disposta laddove il responsabile della tenuta dell’elenco rilevi il mancato rispetto di una delle prescrizioni imposte dal Regolamento, sempre che tale carenza sia di lieve entità e facilmente recuperabile da parte degli interessati. La cancellazione, invece, sarà disposta quando venga accertata l’assenza di uno dei requisiti dichiarati al momento dell’iscrizione, oppure quando non sia stato posto rimedio ad una circostanza che aveva già determinato la sospensione.

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Anche cittadini singoli possono dare il via all’azione di classe

Per quello che ho letto in passato, uno dei motivi che hanno sempre ostacolato l’avvio delle azioni collettive è stata la confusione circa i soggetti che possono avviare i relativi ricorsi. La nuova normativa ha cambiato qualcosa al riguardo?

Con il termine “class action” ci si riferisce alle azioni giudiziarie destinate alla «tutela dei diritti individuali omogenei e interessi collettivi dei consumatori e degli utenti» oggi disciplinate dalla legge 31/2019, in vigore dal 18 maggio del 2021. Tale norma, oltre a spostare la relativa regolamentazione dal Codice del Consumo al Codice di procedura civile, agli articoli 840-bis e seguenti, ha anche ridefinito le categorie dei soggetti che possono ricorrere a questo istituto giuridico. Dal punto di vista della legittimazione “attiva”, infatti, le azioni di classe possono essere ora promosse anche dai singoli individui appartenenti alla “classe” dei titolari dei diritti o interessi che si ritengono lesi, oltre che dalle organizzazioni o associazioni senza scopo di lucro che si occupano della tutela dei predetti diritti ed interessi e risultino iscritte nell’apposito elenco tenuto dal ministero della Giustizia. Dal punto di vista “passivo”, invece, le azioni di classe possono essere promosse nei confronti di imprese o enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità, relativamente ad atti e comportamenti posti in essere nello svolgimento delle rispettive attività.

Non solo diritti collettivi tutela anche a quelli «omogenei»

Con riferimento alle azioni di classe, mi chiedo se è sempre necessario che siano violati diritti “collettivi”, ovvero appartenenti a gruppi di persone, oppure possono essere considerati anche i diritti dei singoli?

In realtà, secondo l’attuale normativa, per l’avvio di un’azione di classe non è necessario che si faccia riferimento a diritti “collettivi” quanto, piuttosto che i diritti che si assumono violati siano inquadrabili come “diritti omogenei”, ovvero diritti la cui violazione sia il risultato di un unico evento che abbia prodotto danni di natura seriale ed il cui accertamento non imponga al giudice la valutazione delle singole posizioni dei consumatori o utenti interessati. Un esempio di diritti omogenei sono i diritti risarcitori vantati da una pluralità di singoli clienti nei confronti di una medesima impresa in conseguenza del mancato rispetto dei contratti di fornitura conclusi con la sottoscrizione di moduli o formulari identici per tutti.

L’ammissibilità è stabilita dal Tribunale delle imprese

In base alla vigente normativa, chi stabilisce se e quando una azione di classe è ammissibile? Le associazioni di consumatori hanno qualche competenza al riguardo?

La domanda con cui si propone una azione di classe è sempre soggetta ad una valutazione preventiva di ammissibilità da parte del Tribunale competente, ovvero il Tribunale delle imprese del luogo ove ha sede la parte chiamata in causa. La domanda, quindi, potrà essere dichiarata inammissibile quando appaia manifestamente infondata, oppure quando il Tribunale non ravvisi l’omogeneità dei diritti per i quali si chiede la tutela o, ancora, quando il soggetto che ha proposto il ricorso risulti essere in conflitto di interessi con la parte convenuta oppure risulti comunque privo delle caratteristiche richieste per occuparsi dei diritti individuali omogenei fatti valere in giudizio (ad esempio, perché si tratta di associazione di consumatori non iscritta nell’apposito elenco ministeriale).

La lite può essere intentata anche per prevenire un danno

L’azione collettiva può essere svolta solo a fronte di un danno effettivamente subito oppure può essere avviata anche in via preventiva, per impedire il compimento di un danno?

La norma che disciplina l’azione di classe, ovvero la legge 31/2019, regola anche la cosiddetta “azione inibitoria di classe”, che è volta ad ottenere, in via preventiva e d’urgenza, l’ordine di cessazione di atti e comportamenti, attivi o passivi, che possono pregiudicare una pluralità di individui o enti. Questo particolare tipo di azione può essere promossa da chiunque vi abbia interesse, oltre che dalle stesse organizzazioni od associazioni senza scopo di lucro che già sono riconosciuti soggetti legittimati a proporre l’azione di classe ordinaria. L’azione inibitoria, che si propone sempre davanti al Tribunale delle imprese del luogo ove ha sede la parte convenuta, può essere esperita nei confronti di imprese o di enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità non solo per ottenere la cessazione di una determinata condotta lesiva dei diritti e degli interessi collettivi, ma anche per ottenere l’adozione di misure idonee a eliminare o ridurre gli effetti di tali condotte. Su istanza di parte, poi, il Tribunale può anche determinare una penale per ogni violazione o inosservanza successiva, così come ordinare la pubblicazione del proprio provvedimento sui quotidiani o altri mezzi di comunicazione.

Possibile aderire all’azione dopo la sentenza favorevole

In termini concreti come si svolge un’azione collettiva? Gli interessati devono agire tutti assieme sin dal principio oppure è possibile intervenire anche dopo che l’azione è stata avviata?

L’azione di classe, così come regolata dagli articoli 840-bis e seguenti del Codice di procedura civile, si svolge attraverso diverse fasi. La prima attiene alla valutazione di ammissibilità della domanda proposta dal ricorrente. Se tale domanda sarà ammessa, inizierà la fase di trattazione vera e propria del procedimento, durante la quale le parti si confronteranno e saranno acquisiti gli elementi di prova. Il Tribunale, quindi, emetterà la propria sentenza e, se accoglie la domanda, dichiarerà aperta la procedura di adesione per tutti gli altri soggetti potenzialmente interessati dalla questione, provvedendo, nel contempo, sulla richiesta di risarcimento proposta dal primo ricorrente. Durante la fase di adesione, il Tribunale vaglierà tutte le richieste presentate dai soggetti aderenti e formulerà un progetto per giungere al loro risarcimento. Fermo restando che il Tribunale potrà formulare anche una proposta transattiva “collettiva”, la procedura si chiuderà quando tutti gli aderenti saranno soddisfatti, oppure quando sarà accertata l’impossibilità di soddisfare per intero le loro pretese. In tal caso, ciascun aderente riacquisterà il diritto di agire nei confronti del debitore per la parte non soddisfatta del proprio credito.

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