INTERVENTO

Nuova economia e nuove imprese richiedono una nuova formazione manageriale

di Marco Grumo *

(vege - Fotolia)

5' di lettura

Come ormai evidente, la nuova economia è sempre più caratterizzata dai seguenti concetti: incertezza, tecnologia, intelligenza artificiale, sicurezza sanitaria (e non), innovazione, creatività, robotica, algoritmi, sostenibilità ambientale, big data, global value chains, riorganizzazioni societarie, ma anche global finance, multiculturalità, resilienza, flessibilità strategico-organizzativa, talent attraction, solo per citarne alcuni. Ciò pone alle imprese sfide nuove e di conseguenza la necessità di reclutare manager diversi dal passato, formati in modo completamente nuovo.

Oggi i problemi non sono più di quantità, ma di qualità. L’unica soluzione nell’economia dell’interdipendenza, dell’incertezza, della vulnerabilità sta anzitutto nella flessibilità delle menti presenti nell’impresa. La performance superiore di un business parte sempre dalla qualità e dalla “flessibilità” delle menti delle persone che effettuano le analisi e definiscono i conseguenti scenari e comportamenti di breve e di medio-lungo periodo. Analisi mentalmente strette portano sempre a rappresentazioni e comportamenti altrettanto stretti. Da qui quindi la necessità di migliorare i processi di talent attraction per portare in azienda talenti con menti aperte, logicamente ordinate e capaci di creare collegamenti e mappe causali della realtà sempre più attendibili.

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La tecnologia e il data analysis sono chiaramente a supporto. Le imprese necessitano di disporre di persone sempre più capaci di muoversi nella complessità, di semplificare e scomporre logicamente i problemi e le soluzioni, ragionando al di là degli schemi più tradizionali e quindi comuni.Tutto ciò richiede anche di creare in azienda ambienti organizzativi in grado di stimolare continuamente l’informazione, l’apprendimento, il ragionamento, il knowledge sharing, la ricerca, la lettura congiunta dei fenomeni e la discussione interpretativa e logica sugli stessi.

Sarà infatti sempre meno possibile ragionare e operare in base a un unico scenario strategico; occorrerà invece ragionare contemporaneamente su più opzioni strategiche interdipendenti composte da parti invarianti e moduli continuamente in evoluzione e adattamento.

Nei prossimi anni la differenza tra le imprese starà sempre più nell’innovazione e nella conoscenza e nell’interpretazione a “360 gradi” dei fenomeni, anziché da una sola prospettiva. I manager del futuro dovranno essere incubatori e promotori di innovazione, con spiccate capacità di realizzarla in modo veloce, efficiente ed efficace; devono essere preparati a raccogliere continuamente sfide nuove e devono avere valori forti; devono vedere le opportunità prima degli altri e meglio degli altri, mostrando una superiore “learning agility”, “people agility”, “results agility”, “mental” e “change agility”.

Non è una questione di età, ma di qualità e di personalità. Quale formazione manageriale quindi per i manager del futuro? Ho chiamato questo nuovo metodo di formazione manageriale con l’acronimo “CATCH”, proprio perché occorre formare manager che siano sempre di più in grado di “afferrare”, nel senso di comprendere, modellizzare e perciò governare dosi crescenti di complessità e variabilità dei fenomeni esterni. In generale, più si va in alto nella piramide organizzativa, tanto più le persone dovranno dimostrare flessibilità mentale.

“C” sta per “culture”, nel senso che i nuovi manager dovranno avere solide conoscenze di “general culture + specialized culture”. La cultura generale (in particolare quella umanistica, scientifica e linguistica) è importante per riuscire a comprendere più a fondo e in modo interdipendente i contesti in cui l’impresa opera e i problemi che via via si presentano. Le imprese opereranno infatti in più società contemporaneamente, con clienti, personale e fornitori di tutto il mondo con lingue, valori, tradizioni e culture molto diverse l'uno dall'altro.

Saremo di fronte quindi a imprese sempre più globali e multiculturali, dove è sufficiente commettere un errore di interpretazione - appunto culturale - di qualche fenomeno o contesto per ritrovarsi immediatamente in situazione di svantaggio. La cultura scientifica è fondamentale invece per il metodo che offre e per le conoscenze fornite: del resto, gli ambiti scientifici saranno sempre più importanti per il business e per il management.

I manager però vanno formati anche sul piano della cultura più specialistica, sia in termini “verticali”, sia in termini di combinazione di differenti saperi. L’eterogeneità dei saperi permette un’analisi dei fenomeni da più prospettive, favorendo lo sviluppo di modelli interpretativi e soluzioni strategiche e operative meno parziali e potenzialmente meno rischiose.

“A” sta per “analysis”, cioè la formazione manageriale dei prossimi anni dovrà favorire lo sviluppo di capacità di analisi nei manager: analisi dei fenomeni, dei mercati e dei contesti in cui si fa business, e dei corrispondenti dei problemi di management . Ma analisi significa anche analisi di dati esterni e prodotti internamente, sempre più abbondanti e appunto “big data” che avranno la necessità di essere “catturati” e intrepretati da menti analitiche e aperte capaci di trasformarli in decisioni aziendali superiori. La differenza di qualità nei manager starà proprio in queste capacità di analisi.

“T” sta per “technology” nel senso che i manager dei prossimi anni dovranno avere adeguate competenze in campo tecnologico e “digital”. Le imprese dei prossimi anni infatti non solo diventeranno “cloud based e tech- based”, ma saranno sempre più globalmente connesse e integrate grazie alla tecnologia. Anche i team di lavoro saranno geograficamente dispersi in tutto il globo, uniti dalla tecnologia. Attraverso il digital passeranno nuovi business, nuove strategie, ma anche nuove forme organizzative aziendali: si pensi solo a robot, intelligenza artificiale, algoritmi, affiancamento/sostituzione dell’uomo in molti processi aziendali ripetitivi di front e di back office, droni, ecc.

La seconda “C” sta per “creativity” nel senso che le imprese dovranno “allenare” i propri manager alla creatività, all'innovation secondo la logica “blue ocean”. L’innovazione deve riguardare i contesti, i mercati, l’azienda, i suoi prodotti, gli assetti organizzativi e i processi. L’innovazione va continuamente ricercata e favorita a tutti i livelli per uscire dagli schemi strategici, di prodotto e organizzativi del passato grazie anche alla promozione di ambienti organizzativi meno “ingessati e ingessanti”, più creativi e capaci di favorire il “design thinking” e la “mental agility” nonché la “people entrepreneurship” a tutti i livelli.

Infine “H” sta per “human”, ma potremmo dire anche “humanity” poiché nei prossimi anni conteranno la relazione personale, il people management, il customer management, la leadership, il team building, così come conteranno i valori dei leader e dell’impresa. I manager del futuro non potranno non essere “campioni” anche nella gestione delle relazioni con i propri collaboratori e con i territori di riferimento. È una questione di reputation, di competitività, ma anche di continuità aziendale.

Percorsi formativi manageriali quindi diversi per imprese che saranno inevitabilmente molto diverse da quelle attuali, data la crescente complessità, incertezza e variabilità dei fenomeni sociali, economici e competitivi da interpretare. Atteggiamenti mentali (troppo rigidi,oppure troppo destrutturati ed entropici, non riusciranno a funzionare adeguatamente.

Occorrerà invece bilanciare apertura mentale e metodo con una verticalità e un approccio concreto alla conoscenza. Una cultura generale solida consentirà di “aprire” e di sviluppare in senso ampio le letture e i ragionamenti, non ingabbiandoli in schemi e modelli interpretativi troppo stretti e parziali; la cultura specialistica consentirà di portare quelle letture ampie “a terra” e cioè nell’organizzazione, offrendo soluzioni adeguate dal punto di vista tecnologico, dell’innovazione e del rapporto con le persone.

Come sempre, le modalità formative potranno essere le più disparate: percorsi in aula, digital, esperienze formative in azienda (o in altre aziende e contesti), coaching, mentoring, problem solving. Una formazione meno standardizzata e più ancorata al knowledge sharing e all’interazione, capace di combinare visioni larghe e strette, teoria e pratica, tutte necessarie, sia per i senior manager che in particolare per i manager millennials. Nuove competenze quindi e nuovi percorsi formativi manageriali, per nuove sfide!

* Professore di economia aziendale e di organizzazione e management delle imprese internazionali e globali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

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