lo scontro con la cina

Nuova escalation: Trump minaccia dazi fino al 25%

Scontro con la Cina. Le ulteriori tariffe sull’import cinese che il presidente vuole imporre da settembre danneggeranno le aziende, americane e non. Pechino annuncia ritorsioni

di Marco Valsania


Le borse europee travolte dalla guerra dei dazi Usa-Cina

4' di lettura

Il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina entra in una fase inedita e potenzialmente drammatica: a impasse e guerre di trincea si è sostituito lo spettro d’una indefinita escalation che stringa d’assedio i mercati e tenga in ostaggio l’economia globale.

Uno spettro che ha preso corpo con la minaccia di Donald Trump di alzare ancora, «ben oltre il 25%», tutti i dazi che dal mese prossimo ha appena deciso di estendere all’intero export annuale cinese, centinaia di miliardi di dollari, verso l’America. E con la risposta di Pechino che, senza dare dettagli, non si è però fatta attendere: «Prenderemo le necessarie contromisure se gli Stati Uniti faranno scattare» i provvedimenti. «Non accetteremo alcuna “massima pressione” o ricatto», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying. Il ministro Wang Yi ha aggiunto che «i dazi non risolvono le frizioni».

Pechino non più primo partner

Le crescenti ripercussioni del conflitto, ancora prima della nuova spirale, sono emerse dai nuovi dati sull’interscambio: nel primo semestre 2019 le importazioni Usa dalla Cina sono scese del 12% e l’export del 19%, a volumi bilaterali complessivi di 271,04 miliardi di dollari che hanno visto Pechino perdere il titolo di primo partner commerciale degli Stati Uniti per la prima volta dal 2005, superata dal Messico, nuovo leader, e dal Canada. E gli effetti non sono solo bilaterali. «La guerra mette a dura prova le consolidate catene di produzione e del valore - spiega Marco Marazzi, partner di Baker McKenzie - le aziende italiane che producono in Cina per il mercato sia locale che americano sono colpite dai dazi Usa quanto le cinesi. Aziende europee che producono in America per la piazza cinese, quali alcune case automobilistiche, pagano le ritorsioni cinesi. Il modo in cui il conflitto viene portato avanti, fuori da meccanismi di risoluzione della Wto, crea inoltre precedenti pericolosi».

Trump aveva dichiarato giovedì che dal primo settembre imporrà una sovrattassa del 10% su 300 miliardi di dollari in import dalla Cina finora risparmiati da sanzioni, anzitutto beni di largo consumo, dall’elettronica all’abbigliamento. Successivamente, in un comizio a Cincinnati, ha rincarato che «finché non ci sarà un accordo tasseremo la Cina come non mai». E precisato che i dazi potrebbero «superare di molto il 25%», la sanzione che già colpisce 250 miliardi di beni industriali e componenti made in China.

Le preoccupazioni del business

L’escalation è stata accolta con timori e frustrazione dalla Corporate America, che in assenza di alternative al Made in China sarà costretta ad assorbire costi o a trasferirli ai consumatori. I dazi del 10% riguarderanno 45 miliardi di dollari in cellulari, 39 miliardi in laptop e tablet, 5,4 miliardi in console di videogiochi, secondo la Consumer Technology Association. Il balzello può aggiungere 40 dollari al costo degli iPhone XS di Apple. Il comparto dei giocattoli, da Mattel a Hasbro, ha l’85% dei fornitori in Cina nonostante sforzi di spostare la produzione in Vietnam, Indonesia e Messico.

«Alzare i dazi infliggerà maggiori danni ai business americani, agli agricoltori, ai lavoratori e consumatori, minando un’economia solida», ha detto Myron Brilliant della US Chamber of Commerce. «Recatevi nei grandi retailer, Target o Walmart, tutto è colpito. È molto preoccupante» ha aggiunto Matt Priest della Footwear Distributors and Retailers of America. Le scarpe sono al 70% importate dalla Cina. Tim Drayson, economista di Lgim, ha stimato «un impatto diretto pari ad un altro 0,2% sul Pil Usa» senza contare «gli effetti indiretti su fiducia delle imprese e condizioni finanziarie». Possibile anche «un contraccolpo pubblico, dal momento che i retailer informeranno i consumatori che aumenti dei prezzi sono dovuti ai dazi».

TUTTI I PRODOTTI CINESI NEL MIRINO DEGLI USA

Il totale delle importazioni americane dalla Cina, suddiviso per categoria merceologica. Per ogni categoria è indicata la percentuale di import sottoposta a dazi negli Usa. Ad area maggiore corrisponde un interscambio maggiore in dollari. Le categorie possono includere prodotti finiti, componenti e materie prime (Fonte: Census Bureau degli Stati Uniti)

TUTTI I PRODOTTI CINESI NEL MIRINO DEGLI USA

La strategia americana

Trump avrebbe agito perché convinto che Pechino voglia prendere tempo - su riforme della proprietà intellettuale, trasferimenti forzati di tecnologia, agricoltura e servizi - per strappare accordi migliori, forse scommettendo su cambi di governo con le elezioni Usa del 2020. Ha accusato la Cina di non rispettare le promesse fatte e i suoi negoziatori avrebbero riportato che, nell’ultimo incontro senza esito a Shanghai, i cinesi avrebbe insistito sull’eliminazione dei dazi prima di ogni compromesso. Questo avrebbe spinto Trump a rompere senza indugi una tregua siglata a Osaka ai margini del G20.

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La risposta cinese

Pechino, da parte sua, dubita della serietà di Trump nel perseguire le intese. «Credono sia inaffidabile», ha detto Nicholas Lardy del Peterson Institute for International Economics. «I dazi non hanno portato a riforme strutturali e Pechino appare pronta a sopportare danni piuttosto che accedere alle richieste americane» ha segnalato Edward Alden del Council on Foreign Relations. La Cina potrebbe muoversi verso nuove risposte asimmetriche, anche se teme di spaventare gli investitori internazionali: non potendo rispondere colpo su colpo ai dazi perché l’import di Made in Usa è limitato e ormai quasi interamente soggetto a ritorsioni, può tuttavia eliminare ordini e creare ostacoli a aziende Usa sul suo mercato.

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