Analisi

Nuova Ilva, accordo d’oro per ArcelorMittal. La nazionalizzazione a carico dello Stato

La nazionalizzazione dell’Ilva avviene a valori finanziari evidentemente a carico dei contribuenti italiani

di Paolo Bricco

(Imagoeconomica)

2' di lettura

Champagne da cento sterline alla bottiglia a Londra. Vino scadente – un euro, al massimo, per un cartoccio da un litro – a Roma e a Taranto. Alla fine, è andata così. E, per come dal punto di vista contrattuale si erano messe le cose fin dai tempi del governo Conte-Casalino-Patuanelli-Arcuri, non poteva finire diversamente.

La nazionalizzazione dell'Ilva, che è il primo gesto politicamente significativo del governo Draghi sotto il profilo industriale, avviene a valori finanziari evidentemente a carico dei contribuenti italiani. La famiglia indiana impiega 70 milioni di euro. Invitalia – cioè lo Stato – mette un miliardo e ottanta milioni di euro. Indossiamo i panni degli investitori anglo-indiani: chi, oggi, sta meglio di loro?

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I Mittal avevano la concreta prospettiva di essere inseguiti dalla giustizia italiana (ricordate l'intervento a pugno duro e a gamba tesa della Procura di Milano, guidata da Francesco Greco?) e di dovere ricapitalizzare da soli Am-Investco. Adesso non hanno più nessun problema giudiziario e, soprattutto, hanno trovato chi si accolla, in prospettiva, ogni passività. Piccola lezione di filologia della comunicazione corporate: in situazioni simili, questo tipo di sbilanciamento fra chi ottiene benefici e chi si accolla grane finanziarie in misure tanto sproporzionate viene occultato, nascosto e ingentilito nelle note stampa.

Arcelor Mittal, invece, nel suo comunicato va dritta: “In futuro, Acciaierie d'Italia Holding opererà in modo autonomo, e come tale avrà propri piani di finanziamento indipendenti da ArcelorMittal. Di conseguenza, ArcelorMittal de-consoliderà le attività e le passività”. La società italiana esce dunque in maniera totale dal perimetro strategico e dalla responsabilità del potere del gruppo indiano. L'esito finanziario e civile di una struttura contrattuale e politica determinata dal governo Conte e non scalfita – almeno per ora - dal governo Draghi è questo.

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