L’Inchiesta

Nuova Tangentopoli milanese: caccia al Sacro Graal e al tesoro di Caianiello

di Stefano Elli


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La conferenza stampa del 7 maggio indetta dalla Procura di Milano in occasione delle misure cautelari (Fotogramma)

3' di lettura

L’aveva chiamata Sacro Graal Srls, Gioacchino Caianiello, detto il mullah, considerato il Burattinaio della nuova Tangentopoli sull’asse Milano Varese. A prendere il nome del perduto Santo Calice, non è altro che è una società di Gallarate, sita in via San Giovanni Bosco al 14, la cui attività era quella di vendere e acquistare opere d’arte. O almeno così sta scritto nella ragione sociale. Sì, perché il capo della Dda di Milano Alessandra Dolci e i pm Silvia Bonardi, Adriano Scudieri e Luigi Furno, ritengono che la galleria d’arte, non sia altro che una mera attività di copertura. Quella vera sarebbe vendere «croste» cui è arduo attribuire un valore commerciale certo e, in cambio, incassare denaro fresco. Un’ingegnosa (ma non nuovissima) modalità di incasso di dazioni ambientali e di riciclaggio e autoriciclaggio.

Quadri e indagini
Del resto che il mondo delle arti figurative si presti ad attività illecite (riciclaggio, creazione di provviste in nero) non è una novità. L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Raffaella Mascarino, cita in particolare un passaggio: «L’acquisto di un quadro (per l’importo di euro 2.625) che successivamente (Caianiello, ndr) procedeva a rivendere (...) per l’importo di euro 2.800,00, somma pagata in adempimento della fattura n. 2 del 21.12.2018), in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa». Un’attività su cui si è appuntata l’attenzione degli investigatori della Guardia di Finanza di Varese che starebbero procedendo ad alcune verifiche mirate sulla reale situazione patrimoniale di Caianiello e su cui potrebbero essere a breve interpellati gli uomini della squadra di Banca d’Italia, guidati da Nicola Mainieri, presenti in Procura a Milano con compiti di consulenza tecnica in ambito di investigazioni finanziarie (anche all’estero). Anche perché gli esiti delle prime indagini patrimoniali sui conti di Caianiello avrebbero svelato giacenze non compatibili con l’ingente movimento di denaro venuto alla luce in questi mesi.

Le analogie con Mani pulite
Per il resto il copione seguito dalla procura di Milano appare per molti aspetti simile a quello già perseguito dai magistrati del pool Mani Pulite ai tempi di Tangentopoli. Si parte da un nucleo di indagati per alcuni fatti molto specifici, li si ascolta, li si mette alle strette, si verificano le loro dichiarazioni e poi si procede con ulteriori avvisi di garanzia. Una sorta di multilevel delle chiamate di correo. Si spiega così che a 11 giorni dai primi arresti (il 7 maggio scorso scattarono le misure di custodia cautelare per 43 persone) secondo le prime stime dell’Ansa gli indagati, in origine 95, sarebbero già passati a 105. L’ultimo in ordine di tempo a finire tra le persone sottoposte a indagini è Paolo Orrigoni, già candidato a sindaco di Varese, e amministratore delegato del gruppo della grande distribuzione Tigros (nome che ricorda da vicino quello del gruppo della Gdo svizzera Migros).

Al centro del nuovo filone le dichiarazioni fatte al pm Luigi Furno da Piero Enrico Tonietti (agli arresti domiciliari), che riguardano una fattura da 50mila euro emessa dalla società E.S.T.R.O. Ingegneria S.r.l. di Milano. Fattura che, in realtà, sarebbe stata un mero escamotage contabile per racimolare fondi con cui “oliare” la macchina comunale di Gallarate. Lo scopo? Ottenere il cambio di destinazione d’uso di un terreno in via Cadore. Terreno su cui era già stato preliminarmente concluso un accordo di vendita tra Tonietti e il gruppo Tigros, di Orrigoni, che dunque, sarebbe stato l’utilizzatore finale oltre che il beneficiario effettivo dello scambio ritenuto illecito. Nel frattempo dopo l’arresto (ai domiciliari) del vicesindaco leghista di Legnano, Gianbattista Fratus (dimissionario dallo scorso 16 maggio) e dell’assessore Chiara Lazzarini (Forza Italia) oltre alle misure di custodia in carcere che hanno colpito il vicesindaco Maurizio Cozzi (Forza Italia) continua l’inchiesta parallela della procura di Busto Arsizio nei confronti dei vertici dell’amministrazione comunale della cittadina lombarda, per l’assunzione pilotata di alcuni manager delle municipalizzate locali.

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