la pandemia

Nuova Zelanda e Turkmenistan, dove il virus è stato vinto o non è arrivato

Nel piccolo Paese oceanico il contagio è stato fermato, mentre nel freddo e desertico Paese asiatico le autorità sostengono non ci sia mai stato alcun caso di infezione. Sarà così?

di Roberto Bongiorni

Coronavirus, premier Nuova Zelanda: "Battaglia vinta"

Nel piccolo Paese oceanico il contagio è stato fermato, mentre nel freddo e desertico Paese asiatico le autorità sostengono non ci sia mai stato alcun caso di infezione. Sarà così?


4' di lettura

«Abbiamo vinto, per ora. E da martedì riapriremo parzialmente il Paese. Ma ora non dobbiamo mollare». Raggiante, la giovane premier della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, ha annunciato al mondo come, per quanto insidiosa, la Covid 19 possa essere battuta.

Nuova Zelanda, il Paese che ha sconfitto il virus
«La trasmissione del virus è stata eliminata», gli ha fatto eco direttore generale della Sanità pubblica del Paese, Ashley Bloomfield. «Abbiamo vinto, per ora».

Il merito delle autorità di Wellington è stato quello di agire per tempo e con misure draconiane appena il virus ha fatto la sua comparsa. Senza indugiare, subito lockdown e test a tappeto. E ora si appresta ad riprendere le attività economiche quasi a pieno ritmo. Per quelle sociali ci vorrà ancora del tempo.

Se la nuova Zelanda è il primo Paese ad aver sconfitto il coronavirus, c'è anche qualche fortunato Stato, nel cuore dell'Asia centrale, a non esserne mai stato toccato.

Lo strano caso Turkmenistan
Zero decessi, zero ricoverati e, naturalmente, zero contagiati. Il Turkmenistan può fregiarsi di un invidiabile primato: essere sempre stato Corona Free. Almeno a parole. In compagnia di qualche isoletta o qualche minuscolo e sperduto arcipelago dell'Oceano Pacifico.

La cautela è tuttavia d'obbligo. Questo Paese di quasi sei milioni di persone distribuite su una piana desertica estesa quasi due volte l'Italia, battuta in inverno da venti gelidi, è guidato da uno dei regimi più duri ed isolati del mondo. Al di là dei suoi tantissimi cavalli, e delle grandi risorse di gas naturale (detiene circa il 10% delle riserve mondiali), le notizie che arrivano sono davvero poche e difficili da verificare.

Ripartono il campionato di calcio e le feste ippiche
Libero dalla Covid19? Incalzate sull'argomento, anche pochi giorni fa, le autorità turkmene lo hanno ribadito: nessun contagio rilevato fino ad ora. Anzi, da quelle parti è vietato perfino pronunciarne il nome coronavirus. Indossare fuori dalla propria abitazione la mascherina può perfino creare dei problemi con la polizia.

Per dissuadere i più scettici la scorsa settimana è stata revocata la sospensione del campionato nazionale di calcio, fermo dal 24 marzo. Così, in uno stadio da 20mila posti, uno sparuto gruppetto di tifosi, circa 400, si è ritrovato a guardare la partita tra Altyn Asyr e Kopetdag, squadre statali, come le altre quattro del campionato.

Non solo. Domenica, in occasione di una festività da quella parti molto sentita, ovvero il “giorno del cavallo”, il presidente dittatore Gurbanguly Berdimuhamedow non ha rinunciato a sfilare, distribuendo premi e presenziando ai cortei che sfilavano davanti alle tribune piene di gente di un grande ippodromo. Annunciando alla fine di aver creato, nel pieno di una crisi economica che ha fatto schizzare l'inflazione, un fondo da oltre 680 milioni di dollari destinato a cavalli ed addestratori.

L'eccentrico dittatore
Gurbanguly, il successore dell'altrettanto eccentrico dittatore Saparmyrat Nyýazow, auto proclamatosi Türkmenbaşy, Padre dei Turkmeni, vuole dunque essere ricordato come l'uomo che ha fermato l'avanzata del coronavirus ai confini di questo Paese desertico, divenuto indipendente nell'ottobre del 1991, due mesi prima che l'Unione Sovietica andasse in pezzi.

Eccentrico lo è davvero. Berdimuhamedow ama esser definito il protettore. E come ogni presidente quasi a vita, allergico alla democrazia, ama ricorrere alle elezioni per legittimare il suo potere. Nelle ultime, tre anni fa, si è accontentato del 97,67% dei voti, quasi volesse dimostrare nel suo regno è tollerato un barlume di dissenso quando il suo Paese è riuscito perfino a far peggio della Corea del Nord quanto a libertà di stampa. Proprio l'anno scorso si è infatti piazzato all'ultimo posto nel World Press Index, la graduatoria mondiale stilata da Reportes sans frontiers.

Un'oppressione della libertà di stampa pari quanto all'esasperato culto della personalità. L'imponente stata in lamina d'oro alta 21 metri, fatta costruire nella capitale Ashgabat quattro anni fa, che lo ritraeva a dorso di cavallo ne è solo un esempio. Un monumento sfarzoso con tanto di nome, scontato; “Il Protettore”, il presidente cavaliere. E non solo.

Oltre alle sue abilità a cavallo, a Berdimuhamedow piace farsi ritrarre in veste da disk jokey, accanto al nipote, oppure mentre maneggia armi di calibro diverso, con una divisa delle forze speciale, e spara ripetutamente ad obiettivi nemici, centrandoli tutti da grandi distanze. Oppure guidando a grandi velocità auto potenti che lambiscono crateri infuocati. Non ha esitato perfino a sollevare una pesante barra d'oro intervenendo in una seduta del Governo ripresa dalla tv tra gli appalusi dei presenti.

Le perplessità della Comunità internazionale
Agli occhi di gran parte della comunità internazionale le cose stanno diversamente. Human Rights Watch ha sovente definito il Turkmenistan «una delle nazioni più isolate e più oppressivamente governate». «Tutti gli aspetti della vita pubblica sono controllati dal presidente Gurbanguly Berdimuhamedow e dai suoi collaboratori», ha precisato Hrw.

Ecco perché, quando il discorso cade sull'attuale pandemia, le perplessità sono del tutto legittime. Il Turkmenistan non è noto per aver confini impermeabili. E tra i suoi vicini vi sono il tormentato e poverissimo Afghanistan, con il suo fatiscente sistema sanitario, e l'Iran, uno dei dieci Paesi più colpiti dalla pandemia, dove la Covid 19 ha contagiato (ufficialmente, perché i numeri potrebbero essere molto più alti) 92mila persone, uccidendone quasi 6mila (anche in questo caso le morti reali sarebbero molte di più).

Ed ecco perché più di qualcuno si permette di mettere in dubbio il primato del Turkmenistan.
In verità anche lo stesso regime ha preso più sul seriola minaccia di quanto vuol mostrare. Se la parola coronavirus è stata vietata, le autorità hanno tuttavia imposto, facendolo peraltro anzitempo, misure di distanziamento sociale, arrivando perfino alla chiusura di ristoranti, palestre, ed estendendo le vacanze scolastiche per due settimane. Secondo alcuni testimoni, le strade e le stazioni ferroviarie sarebbero costantemente sottoposte a disinfezione. Nelle più grandi stazioni viene perfino rilevata la temperatura e distribuito materiale sanitario di protezione.

Però pronunciare il nome coronavirus, questo no. Perché il regime deve e dovrà rimanere il solo Paese al mondo ad aver impedito a questo nemico invisibile di varcare i confini del Turkmenistan, l'unico e vero Paese corona free. Almeno a parole.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti