Le leve della crescita

Nuove competenze per rilanciare il mercato del lavoro

di Gabriele Fava

(Ikon Images / AGF)

4' di lettura

All’indomani dell’elezione del Capo dello Stato, sarà il momento di tirare le conclusioni sulla legislatura che si accenna a terminare. Se si eccettua la riforma degli strumenti di integrazione al reddito varata di recente, gli interventi dell’attuale ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Andrea Orlando appaiono non sufficienti a stimolare la crescita del mercato del lavoro italiano nell’ottica di una semplificazione e razionalizzazione di sistema. Non abbastanza è stato fatto per quanto attiene alle politiche attive, nonché in tema di semplificazione e sburocratizzazione. Ci si sarebbe aspettati, ad esempio, che si pervenisse a interventi regolatori sul contratto a tempo determinato o sulla somministrazione di manodopera che superassero il cosiddetto Decreto Dignità, mentre il dicastero ha optato per soluzioni temporanee, palliative e non strutturali. Ecco che, allora, gli ultimi mesi dell’attuale legislatura saranno, soprattutto, l’imperdibile occasione per immaginarsi il futuro del mercato del lavoro che verrà e, contestualmente, gli interventi che il futuro governo dovrà mettere in atto al fine di non perdere importanti occasioni verso l’obiettivo di mantenere il sistema Paese quanto più competitivo sui mercati internazionali.

Se c’è, ad esempio, una cosa che gli ultimi anni hanno sottolineato con forza è che il mercato del lavoro di domani non potrà che basarsi fortemente sulle competenze. Non solo tecniche e digitali, ma anche relazionali, le cosiddette soft skills. Occorrerà, quindi, che il prossimo dicastero del lavoro concentri le proprie energie nell’istituire piani volti ad accrescere e adeguare le competenze di chi è attualmente all’interno del mondo del lavoro, al fine di ridurre e anticipare le ricadute che l’innovazione tecnologica può avere sugli attuali livelli occupazionali. Sarà necessario sviluppare un vero e proprio “piano per la formazione continua” che, di concerto con le parti sociali e adeguatamente calato all’interno della contrattazione collettiva, coordini e organizzi le attività formative realizzate tramite i fondi interprofessionali, con uno stretto coordinamento tra ministero del Lavoro, Regioni e fondi. Ulteriore tassello in tale direzione, poi, dovrebbe essere l’istituzione di un sistema nazionale di “bollinatura” autorevole delle competenze acquisite dalla forza lavoro che possa fungere da elemento distintivo del mercato del lavoro italiano. Una tale “patente delle competenze”, favorirà la rapida assunzione o riassunzione della forza lavoro, poiché ogni datore di lavoro potrà essere messo nella condizione di poter conoscere in maniera certa le competenze possedute da ciascun candidato, con evidenti ricadute positive sulla qualità del lavoro finale. Ultimo tassello da aggiungere, sarà, poi, quello di una decisa spinta del cosiddetto sistema duale, ossia rendere strutturale una metodologia di apprendimento che comporti una forte integrazione tra formazione e lavoro tramite l’utilizzo del contratto di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale di cui al d.lgs. 81/2015. Solo un sistema che si basi fortemente sul concetto di “imparare lavorando” potrà garantire ai nostri giovani una formazione che riesca a collocarli con velocità e qualità nel mondo del lavoro.

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Ulteriore elemento che, data la sua importanza, dovrà essere oggetto di sapienti (quanto urgenti) interventi in futuro è quello dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Occorre riorganizzare l’intero sistema dell’orientamento al lavoro sulla base di vere e proprie partnership pubblico-privato, puntando sul finanziamento e il sostegno alla rete delle Agenzia per il lavoro (Apl) già presente nel nostro Paese e da anni attiva con ottimi risultati nei servizi al lavoro, invece che al continuo dispendio di risorse pubbliche in un sistema incentrato unicamente sui Centri per l’impiego (Cpi) che, non a caso, negli anni ha dimostrato di non funzionare a dovere. Solo un meccanismo integrato tra Cpi e Apl sarà in grado di garantire capillarità, varietà di servizi offerti e tenuta economica del sistema.

Un mercato del lavoro moderno, come quello che l’Italia deve ambire ad avere, non può prescindere da un sistema fiscale e contributivo al passo coi tempi, scevro da preconcetti ideologici e che contribuisca a mantenere il costo del lavoro italiano competitivo rispetto ai principali competitor occidentali. Per raggiungere tale obiettivo, occorrerà intervenire sulle aliquote contributive attualmente vigenti in Italia così da ridurre proporzionalmente il costo del lavoro per le imprese, permettendo di liberare risorse per la transizione digitale, la green economy e l’assunzione di nuove risorse. Ciò dovrà senza dubbio essere affiancato da un pacchetto volto a razionalizzare gli adempimenti fiscali e contributivi delle imprese e a semplificare le procedure burocratiche attualmente esistenti. Non ultimo, un processo tributario più razionale e veloce consentirebbe al nostro Paese di essere maggiormente attrattivo verso le imprese straniere, nonché verso quelle italiane che negli anni hanno deciso di uscire dai nostri confini. E proprio parlando di “fuga delle imprese”, occorre comprendere che il fenomeno “migratorio”, non può essere affrontato solo dal lato della lotta alla delocalizzazione, ma deve essere governato anche dal punto di vista del reshoring.

Così come sono stati approvati numerosi interventi volti ad agevolare il rientro del miglior capitale umano nazionale spostatosi all’estero (il cosiddetto rientro dei cervelli), allo stesso modo si deve operare per il ritorno della migliore imprenditoria italiana “fuggita” all’estero. Rendere competitivo il Paese significa anche renderlo maggiormente attrattivo e, in tale ottica, il reshoring delle imprese italiane può fornire una boccata di ossigeno al mercato del lavoro nazionale, innescando un meccanismo virtuoso che beneficerà, nel breve/medio periodo, tutta l’economia nazionale.

Da ultimo, sarà importante un deciso cambio di passo per quanto riguarda le politiche attive del lavoro, consci del fatto che l’occupazione viene creata, in primis, dalle imprese e che, in tal senso, lo Stato deve limitarsi a un ruolo di supporto, nel senso di garantire alle imprese il miglior ambiente possibile per poter operare, e di aiuto al mantenimento del reddito in tutte quelle situazioni straordinarie o di crisi industriale.

Occorre, in altre parole, spostare l’attenzione dell’assistenzialismo “nudo e crudo”, verso sistemi virtuosi di riqualificazione professionale e rapido reinserimento nel mondo lavorativo. In tal senso, appare urgente una complessiva riforma dell’istituto del reddito di cittadinanza, che dovrebbe trasformarsi in un “reddito di competenze”, che garantisca al fruitore un rapido reskilling o upskilling, senza possibilità per questi di rifiutare il lavoro potenzialmente disponibile in esito all’intervento dello strumento di politica attiva.

Il Paese non può perdere tempo. La speciale congiuntura economica e l’avvento del Pnrr costituiscono un’occasione che il futuro governo dovrà sfruttare al fine di garantire agli italiani e alle generazioni future crescita, benessere e competitività internazionale.

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