L’INtervista

«Nuovi poveri, la risposta richiede dati in tempo reale»

Per Roberto Rossini, portavoce dell’Alleanza contro le povertà, occorre aumentare l’accesso all’Isee corrente per far fronte alle difficoltà lavorative arrivate per molti con la pandemia

di Michela Finizio e Valentina Melis

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

«Se vogliamo fotografare le nuove povertà e monitorare che cosa sta succedendo, purtroppo l’Isee guarda ancora al passato. Siamo di fronte a un’evoluzione rapidissima e non ci sono alternative migliori dell’Isee, ma bisogna poterlo attualizzare e rendere più flessibile». Ne è convinto Roberto Rossini, portavoce dell’Alleanza contro le povertà, nata alla fine del 2013 e che oggi raggruppa ben 36 realtà, dalle Acli (di cui Rossini è presidente) alla Caritas italiana, che si battono per politiche pubbliche adeguate.

Un Isee più flessibile, in che senso?
La fase pandemica continua, ogni giorno ci sono aziende che chiudono e persone che perdono il posto di lavoro. Come Alleanza, da tempo chiediamo che si possa allargare la platea di chi può chiedere l’aggiornamento dell’Isee corrente, tenendo presente la situazione economica in corso.

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A fronte del boom delle pratiche 2020, come si può far fronte alla crescita delle nuove emergenze reddituali?
La situazione richiederebbe ragionevolmente una revisione del reddito di cittadinanza. Il reddito di emergenza, introdotto da maggio a dicembre, è andato a supplire solo in parte a quello che non si poteva fare con l’Rdc, ma è stato pubblicizzato poco ed è finito nel calderone dei tanti bonus erogati nel 2020. In tanti hanno faticato a fare una sintesi delle misure a disposizione: ci si deve sedere in un Caf o in un patronato, oggi molto limitati nelle loro attività di sportello, per comprendere la legislazione più adatta alle proprie esigenze.

L’incremento di richieste di prestazione sociali parte dal Nord: vi risulta?
Abbiamo sempre segnalato l’emergenza di nuove povertà nelle regioni settentrionali. È cambiata la qualità della composizione delle povertà. Figure che fino a pochi mesi fa non manifestavano criticità, oggi hanno perso il lavoro. Il blocco delle attività si è tradotto per più di un terzo delle aziende nel dimezzamento del fatturato e tante altre hanno dovuto ridurre gli spazi. E la maggior parte delle imprese stanno evidentemente al Nord, dove c’era più lavoro. In una condizione non pandemica, queste povertà non sarebbero emerse e molte persone avrebbero superato l’emergenza trovando un altro lavoro. Ma oggi non è così.

Quali interventi immediati suggerite, quindi?
Innanzitutto, riparametrare l’Isee sulla situazione attuale. In secondo luogo, innalzare la soglia Isee – anche temporaneamente o in modo selettivo – per l’accesso al reddito di cittadinanza. Ma soprattutto reintrodurre l’analisi preliminare del richiedente, se vogliamo puntare sulla qualità dei servizi. È necessario rafforzare le infrastrutture di welfare locale e prevedere una valutazione multidimensionale delle povertà che si hanno di fronte, che ad esempio possono essere passeggere oppure nell’ambito familiare o, infine, strettamente lavorative ma comunque differenti per i componenti del nucleo familiare.

E invece ci troviamo davanti un puzzle di misure e bonus. Non si rischia così di disperdere le risorse?
Certamente bisogna indirizzare al meglio i fondi. Dal Recovery Plan sono in arrivo 17 miliardi per l’inclusione e la coesione sociale e preoccupa il fatto che si stia perdendo un punto di vista unitario. Il reddito di cittadinanza rimane l’unico strumento, il più efficace, di contrasto alla povertà. Bisogna ripartire da lì. E potenziare le reti di assistenza. I patronati, ad esempio, hanno chiesto dei ristori a causa delle difficoltà di “assistere” chi ha bisogno in questa fase.

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