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Nuovi regolamenti, Camere più funzionali

di Montesquieu

(ANSA)

3' di lettura

Buone notizie arrivano da un articolo del capogruppo del partito democratico al Senato, pubblicato sul Sole del 2 giugno. Luigi Zanda è un politico dal passato di manager, con le radici solidamente piantate nella prima repubblica (attenzione, è un riconoscimento), quando il nostro era davvero un sistema parlamentare, non solo di nome. Le buone notizie sono due.

La prima, che l’articolo contiene l’indicazione di misure in grado di migliorare in tempo utile, prima delle elezioni, la funzionalità delle Camere (l’autore si riferisce al Senato, per il carattere monocamerale del procedimento di modifica del regolamento ma le stesse misure si possono introdurre nell’altro ramo). La seconda, che queste proposte vengono da lì, dall’interno del Parlamento: e questa non è una non notizia, e nemmeno una battuta. È un segnale di risveglio dell’autonomia delle Camere da un sonno ventennale , che le ha sostanzialmente private della funzione legislativa, quella per la quale le democrazie sostengono di non potere fare a meno di un parlamento. Anche con enfasi: ma che tra i governi e le Camere spesso non corra buon sangue è purtroppo vero, e non solo in Italia. E, si sa, i governi, soprattutto nei sistemi presidenziali e maggioritari, hanno il coltello dalla parte del manico. Da noi, nei primi decenni della Repubblica, si parlava e si scriveva di “centralità del Parlamento”: per una scelta sapiente dei costituenti, che girandosi all’indietro vedevano fumanti le macerie del fascismo, ma anche come correttivo all’esclusione di un terzo del paese e della politica dal governo, per i dominanti equilibri della divisione del mondo in due emisferi politicamente congelati.

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Tutto cambia nel primissimi anni 90: e si passa alla “centralità dei governi”, frutto di una rapida serie di fattori di turbolenza. Una duplice botta ai partiti dei decenni precedenti: la prima assestata dai referendum di Mario Segni, la seconda, definitiva come un knock out, dalla emersione della corruzione e dall’azione stroncante della magistratura. Nascono i partiti monocratici, in cui l’inventore e unico azionista porta la cultura dell’azienda, in cui la democrazia è fisiologicamente sostituita dalla gerarchia; dall’insofferenza per questioni quali la separazione dei poteri istituzionali, e da una vero fastidio per il parlamento ed i suoi riti necessariamente ponderati.

Le misure in esame testimoniano di una cultura politica in grado di conciliare il rispetto per il ruolo del parlamento - espressione, soprattutto nei sistemi parlamentari, della sovranità popolare - e i diritti dei governi in un’epoca di relazioni internazionali ingigantite, dominanti. Le proposte sono sei, e di queste alcune hanno un connotato altamente riformatore. Soprattutto quella che riporta dentro l’articolo 72 della Costituzione un procedimento legislativo che ne era stato espulso. La proposta prevede di resettare gli archivi delle camere, per disinfestarli da una serie di prassi e precedenti che trasferiscono nei palazzi del governo l’intero procedimento legislativo: lasciando alle Camere di ratificare, con un semplice voto di conferma della fiducia al governo e un voto finale, testi spesso immensi – i cosiddetti maxiemendamenti -, schiacciati in un articolo unico di migliaia di commi e centinaia di pagine. Con buona pace della possibilità reale dei cittadini di rispettare l’obbligo giuridico di conoscere il contenuto delle norme, e con le conseguenze, anche giudiziarie, dell’impossibilità di farlo.

Questa concentrazione di norme in un contenitore unico viola principi quali: l’obbligo di votare i testi di legge articolo per articolo, prima nella commissione competente per materia, poi in aula; di proporre, da parte di ciascun parlamentare emendamenti e subemendamenti ad articoli ed emendamenti; quello relativo all’omogeneità di materia dei testi. Senza enfasi, questa sola misura recupera in buona parte le esigenze di sveltimento perseguita con la riforma costituzionale rigettata dagli elettori , dispendiosissima per le relazioni politiche e per quelle sociali tra i cittadini. Ancora, si propone l’introduzione della mozione di sfiducia costruttiva, per cui si abbatte un governo solo in presenza del progetto del nuovo esecutivo. In assenza di questa – e non solo -, tra la legge elettorale tedesca e quella in gestazione nel nostro Parlamento vi è la differenza che corre tra un prodotto tipico e uno contraffatto.

Di mero adeguamento organizzativo la proposta relativa alla ripartizione dei tempi tra lavori di commissione e di assemblea, tra l’altro inutile se non posta a corredo della “ricostituzionalizzazione” del procedimento legislativo sopra indicata. In buona parte demagogico l’obbligo di deliberazione sulle proposte di iniziativa popolare, che non arriveranno mai a conclusione senza la volontà della maggioranza. Con la quale, potrebbero arrivarvi, a conclusione, anche senza innovazioni normative. Questo pacchetto, da solo e trascurando le questioni legate all’economia e ad altri progetti in avanzato stato di esame, vale ampiamente e sicuramente, in un rapporto costi-benefici, il rispetto dei tempi naturali di una legislatura che, per il resto, non meriterà di essere rimpianta.

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