Interventi

nuovi saperi per il mercato del lavoro

di Isabella Tovaglieri

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3' di lettura

In un panorama economico sempre più basato sull’innovazione e sull’utilizzo di nuove tecnologie digitali, le conoscenze e le competenze possedute dai cittadini rappresentano uno dei principali fattori su cui un Paese può fondare il proprio sviluppo economico e sociale, e quindi essere competitivo in un mercato sempre più dinamico e globale. Tanto più in una particolare fase storica come quella attuale in cui ai cambiamenti nell’evoluzione del lavoro si affianca l’alto livello di competizione da parte di nuovi sistemi economici incentrati su manodopera a basso costo.

Inoltre, come noto, molti dei posti di lavoro oggi esistenti saranno suscettibili di meccanizzazione nei prossimi anni: di fatto, i prossimi decenni vedranno da una parte la creazione di nuove tipologie di lavori attualmente non esistenti e dall’altra la contestuale perdita di lavori che risulteranno anacronistici.

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Secondo lo studio “Skills Outlook 2019” dell’Ocse saranno più della metà delle occupazioni attualmente esistenti a rischiare di essere modificate in un prossimo futuro. Di fatto, è in corso una fase di trasformazione che coinvolge tutti i Paesi europei: tale trasformazione conduce a una modifica delle catene del valore tradizionali e rende necessaria l’adozione – da una parte – di nuovi modelli di business e – dall’altra – di interventi che permettano ai lavoratori di avvicinare rapidamente le proprie conoscenze a quelle richieste da un mondo del lavoro in continua evoluzione.

In tale contesto, il tema della formazione – in particolare di quella orientata alla riqualificazione dei lavoratori – non può non avere un ruolo centrale all’interno del dibattito politico.

Del resto, già all’inizio del secolo – con il Consiglio europeo di Lisbona (2000) – l’Europa si era data come obiettivo quello di diventare l’economia della conoscenza per eccellenza. Per tale ragione non è irrilevante discutere oggi di quelle che possono essere le modalità attraverso cui accelerare tale processo.

In quest’ottica, una proposta interessante – che mi sento di sostenere con forza – è quella fatta recentemente dal Presidente di Fondimpresa Bruno Scuotto: escludere dalla normativa sugli Aiuto di Stato i percorsi rivolti alla formazione dei lavoratori. In tale modo infatti si renderebbe più immediato per le aziende l’accesso a strumenti quali i Fondi interprofessionali per la formazione continua, pensati dal nostro Legislatore proprio per facilitare la formazione di lavoratori che necessitano di un miglioramento delle proprie competenze professionali.

Del resto, la normativa sugli Aiuti di stato risponde alla necessità di salvaguardare una concorrenza libera e leale all’interno dell’Unione ma – riguardo la formazione dei lavoratori – non è del tutto corretto ritenere che essa – proprio per il ruolo fondamentale che svolge, sia sul piano educativo che per l’accrescimento delle potenzialità dell’intero sistema economico – minacci la libera e leale concorrenza tra gli Stati membri.

Anzi, al contrario, la formazione deve essere interpretata come fulcro fondamentale di quell’ambizioso percorso che a suo tempo l’Europa aveva deciso di intraprendere e che permette di salvaguardare e rafforzare il lavoro garantendo delle ricadute positive all’intero sistema economico e produttivo.

Infatti, in qualità di destinatario del beneficio formativo, il lavoratore vede un accrescimento delle proprie competenze professionali e con esse aumenta anche la propria capacità di spendersi sul mercato del lavoro – utilizzando le competenze acquisite anche in realtà aziendali diverse da quella in cui è stato formato – cosicché le ricadute saranno positive per l’intero sistema e non soltanto per la singola realtà aziendale che ha ottenuto il sostegno alla formazione.

Tale argomento risulta ancora più importante in un Paese come l’Italia composto prevalentemente da piccole e medie imprese le quali – a differenza delle grandi – hanno maggiori difficoltà ad accedere al know-how necessario per massimizzare i vantaggi della nuove tecnologie e della digitalizzazione dei processi produttivi.

Per tale ragione la discussione sugli Aiuti di stato alla formazione deve essere attuale, oggi più che mai, e ragionare sulle modalità attraverso cui rendere la formazione più facilmente accessibile ed esigibile deve essere un impegno concreto che dobbiamo darci.

Un intervento sugli Aiuti di stato alla formazione, nel senso indicato dal Presidente Scuotto – essendo orientato a una maggiore semplificazione delle procedure di accesso ai percorsi formativi – non può che essere positivo sia per l’intero sistema europeo sia per i singoli Stati membri, Italia in primis, che vedrebbero aumentare la propria capacità di reagire rapidamente alle trasformazioni in atto nel periodo storico che stiamo vivendo.

Europarlamentare Lega

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