tra violenza e speranze di pace

Nuovo attentato nel cuore di Kabul: Afghanistan ancora in bilico

In Afghanistan regna ormai una situazione di stallo, un “caos controllato”. Nessuno dei due belligeranti riesce a prevalere sull’altro. L’esercito afghano non è ancora così forte e organizzato per vincere la guerra contro i talebani

di Roberto Bongiorni


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(Reuters)

3' di lettura

Qual è il vero volto dell’Afghanistan? Quello della pace quasi fatta con i talebani e dell’imminente ritiro dei marines? Oppure quello di un Paese ancora sull’orlo del baratro?
Difficile dirlo. Per quanto la situazione desti grande preoccupazione, la verità, forse, sta nel mezzo. In Afghanistan regna ormai una situazione di stallo, un “caos controllato”. Nessuno dei due belligeranti riesce a prevalere sull’altro. L’esercito afghano, assistito dalla Comunità internazionale, non è ancora così forte e organizzato per vincere la guerra contro i talebani. E i talebani non sono così deboli da poterla perdere, anzi.

Nuovo attentato nel cuore di Kabul
Se il presidente americano Donald Trump, contraddicendosi per l’ennesima volta, intende davvero ritirare 5.400 marines dal Paese, ciò che è accaduto questa mattina non è affatto incoraggiante. A meno di tre settimane dalle elezioni presidenziali, la capitale Kabul è stata colpita per la seconda volta in quattro giorni da un altro attentato, questa volta nel quartiere Shah Darak, dove si trovano oltre che il ministero della Difesa, il quartier generale della Nato e quello dell’intelligence afgana . Sembra sia stato proprio quest’ultima il vero obiettivo degli attentatori. Ancora una volta i talebani, tramite il loro portavoce, Zabihullah , hanno rivendicato l’esplosione, effettuato da un loro uomo che ha fatto saltare in aria un minibus carico di esplosivo al passaggio di un convoglio di soldati. Le vittime finora sarebbero almeno dieci. Nelle vicinanze del luogo dell’attentato si trova anche il blindatissimo compound che ospita l'Ambasciata americana.

Lunedì, almeno 16 persone sono state uccise (e quasi duecento ferite) in un violento attacco rivendicato dai talebani vicino al compound del Green Village, nella zona est di Kabul. In quelle ore gli Stati Uniti stavano negoziando le fasi finali di un accordo di pace con gli stessi talebani.

Usa-talebani: pace davvero fatta?
I difficili negoziati, tenutisi a Doha, andavano avanti da parecchio tempo, si era già all’ottavo round. Ma l’accordo in “via di principio” annunciato lunedì scorso da Zalmay Khalilzad, l’uomo di Donald Trump incaricato di seguire il dossier afghano, ha lasciato tutti sorpresi, se non perplessi. Gli Stati Uniti sarebbero arrivati a una bozza di accordo, i cui dettagli non sono stati tuttavia resi noti, che prevedrebbe il ritiro di 5.400 soldati americani (sono 14mila quelli schierati in Afghanistan) in pochi mesi. Per la precisione il ritiro prenderà il via entro 135 giorni dalla firma dell'accordo, che sarà accompagnato contestualmente, da un cessate il fuoco in due province (che poi gradualmente si estenderà alle altre, in totale sono 32).

Se la prima fase si annuncia confusa e rischiosa, la seconda desta ancor più preoccupazione. Dopo gli Usa, toccherà infatti al fragile Governo di Kabul venire a patti con i suoi acerrimi nemici, i talebani.
E qui le premesse non sono buone. Anche perché il risentimento del Governo di Kabul per non esser stato coinvolto, come doveva esserlo, nella prima fase di negoziati, pur non esplicitato, è tangibile.
Sospettare che Trump voglia disfarsi dello spinosissimo dossier afgano prima di entrare nel pieno della campagna per le prossime elezioni è legittimo. Proprio nella sua prima campagna elettorale Trump aveva definito la missione in Afghanistan «un disastro totale», auspicando il ritiro completo delle truppe rimaste. In seguito ha cambiato ripetutamente idea. L'Afghanistan, d'altronde, è una crisi a cui un presidente americano non può sottrarsi.
Trasformare in un successo una fallimentare (o quasi) e costosissima campagna militare di 18 anni è un'operazione piuttosto infelice. Un camouflage raffazzonato. L'Afghanistan, la guerra più lunga mai combattuta dagli Usa, non è oggi migliore di dieci anni fa (quando i soldati americani superarono le centomila unità), né di quello di cinque anni fa, nè di quando Trump si è insediato alla Casa Bianca, nel gennaio del 2017.

Anzi. Lo scorso agosto, mentre si stavano concludendo i negoziati, è stato il mese con più vittime civili da almeno 10 anni a questa parte. Un rapporto diffuso dall’ispettorato speciale e generale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar) evidenziava già otto mesi fa come il Paese fosse profondamente diviso: il Governo controllava 229 distretti (il 56% del territorio), i talebani 59 distretti (il 14%) mentre i restanti 119 distretti (29% del territorio) erano terra di nessuno, non erano controllati né dal Governo né dai talebani. Da allora la situazione non è affatto migliorata. Perché l'Afghanistan si risollevi occorre tempo. Con buona pace della campagna elettorale di Trump.

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