italia-Europa

Nuovo governo, nuovi problemi

di Sergio Fabbrini


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4' di lettura

Nonostante le resistenze, è probabile che Giuseppe Conte formerà un nuovo governo sulla base di una nuova maggioranza, centrata sul Movimento 5 Stelle (M5S) e il Partito democratico (Pd). La nuova maggioranza costituisce la risposta al tentativo della Lega di sfiduciare il precedente governo sulla base di considerazioni ritenute poco o punto giustificabili dal Parlamento. La nascita del nuovo governo è espressione della fisiologia parlamentare, non già di un colpo di stato extra parlamentare. Tuttavia, il nuovo governo (se nascerà) non avrà una vita facile, non solo per le frustrazioni di qualche leader in declino. Vediamo perché.

La crisi ha mostrato che il rapporto con l’Europa costituisce (ormai) il criterio discriminante nella formazione di convergenze o divergenze politiche. I partiti (vecchi e nuovi) non sono definiti dalla composizione sociale dei loro elettori, ma dalla prospettiva (europea o nazionale) che adottano per rispondere agli interessi di quegli elettori. Per questo motivo, la convergenza, dopo il 4 marzo 2018, tra la Lega e il M5S fu inevitabile, nonostante quei partiti rappresentassero distinti elettorati. Erano, infatti, gli unici partiti che convenivano sulla necessità di soddisfare gli interessi dei loro distinti elettorati mettendo in discussione le regole dell’Ue, anche a costo di portare l’Italia fuori dall’Eurozona. Le cose sono cambiate quando uno dei due partiti (il M5S) ha preso atto delle implicazioni della posizione antieuropeista, implicazioni che stavano portando l’Italia verso la procedura d’infrazione per deficit e debito eccessivo, oltre che quel partito all’isolamento nel sistema politico europeo (insieme ai suoi alleati Gilets Jaunes e Brexiters).

Con la leadership di Giuseppe Conte, lo scorso luglio il M5S ha accettato (prima) uno schema di legge di Bilancio 2019 compatibile con le regole dell’Eurozona e (poi) la candidatura di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea. Così, ciò che non era possibile dopo il marzo 2018 è divenuto possibile dopo il luglio 2019. Possibile perché il M5S e il Pd possono ora convergere verso una comune prospettiva europea di governo. Ciò non vuole dire che tale convergenza avverrà o avrà successo, anzi. Comunque, tale convergenza, se si realizzerà, avrà implicazioni sia partitiche che istituzionali.

Per quanto riguarda le implicazioni sui partiti, la soluzione della crisi sfiderà le loro ambiguità. Il M5S ha già perso, nell’ultimo anno, buona parte dell’elettorato nazionalista che proveniva dalla destra sociale (rappresentato da Luigi Di Maio al Sud e Stefano Buffagni al Nord), elettorato che è andato a rafforzare la Lega per Salvini premier. Cosa potrà offrire all’elettorato non di destra che ancora si riconosce nel suo messaggio politico? Gli proporrà di sostenere la versione italiana dei centristi spagnoli di Ciudadanos oppure la versione radicalizzata dell’Italia dei Valori del passato?

Anche il Pd sarà messo in discussione dalla partecipazione al nuovo governo, dovendo assumere un approccio più determinato nei confronti dell’Ue. Nella precedente legislatura, infatti, esso era finito in un cul de sac, in quanto le più importanti proposte di riforma (come l’assicurazione contro la disoccupazione giovanile o la revisione degli Accordi di Dublino là dove viene responsabilizzato solamente il Paese di primo arrivo a farsi carico dei rifugiati) furono rifiutate dagli altri partner europei. Non potrà avvenire di nuovo. E la Lega? Ha scritto Roberto D’Alimonte su questo giornale che vi sono diverse Leghe da considerare, la più importante delle quali (la Lega Nord) appare poco in sintonia con quella finora predominante (la Lega per Salvini premier). Quest’ultima ha conquistato la propria egemonia per via dei successi elettorali conseguiti. Ma ora? Se la Lega per Salvini premier continua il suo percorso sovranista (antieuropeista e illiberale), la Lega Nord (che ha una mentalità da centrodestra europeo) che interesse avrebbe a seguirla? La Lega Nord rappresenta forze economiche e sociali che hanno bisogno dell’integrazione economica e monetaria europee, non già delle sciocchezze antieuro della Lega per Salvini premier. La politica economica del nuovo governo potrebbe aprire un varco tra le due Leghe, se promovesse investimenti e alleggerisse la fiscalità. Ma può farlo se i due partiti di governo si rincorreranno in proposte redistributive? La stabilizzazione del nuovo governo richiederà dunque scelte dolorose da parte dei partiti.

Per quanto riguarda le istituzioni, la crisi ha mostrato che l’Italia non può funzionare senza una funzionante presidenza del Consiglio. Il capo di governo (non solo il nostro) è al centro del sistema europeo e internazionale di interdipendenze. Tra riunioni (formali e informali) del Consiglio europeo, dell’Euro Summit, del G7, del G20, il capo di governo vede più spesso i suoi omologhi stranieri che i sui ministri nazionali. Tant’è che la ricandidatura di Giuseppe Conte è stata prima sostenuta da una constituency internazionale (si pensi al tweet di Donald Trump o all’endorsement di Donald Tusk), poi dal suo partito di riferimento. Sarebbe ingiustificabile il ritorno ad un premier sotto tutela del capo del partito di maggioranza (come era avvenuto nel precedente governo e come Di Maio vorrebbe ripetere nel nuovo governo) o ad una presidenza del Consiglio ridondante (come era avvenuto nel precedente governo, quando si organizzavano incontri con le parti sociali per preparare la legge di Bilancio prima al Viminale e poi a Palazzo Chigi). Il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia debbono poter beneficiare di un’autonomia operativa nelle negoziazioni europee e internazionali. La soluzione della crisi richiede una rinnovata centralità del capo del governo, ma le nostre istituzioni non sanno ancora come consentirla e controllarla.

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