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Nuovo Patto di stabilità, le premesse sono buone (ma le proposte meno)

Sono uscite qualche giorno fa le proposte della Commissione Europea per la riforma del Patto di stabilità

di Ignazio Angeloni

(laurencesoulez - stock.adobe.com)

3' di lettura

Sono uscite qualche giorno fa le proposte della Commissione Europea per la riforma del Patto di stabilità – ovvero, le nuove regole sui bilanci pubblici degli Stati. Il documento dell’esecutivo europeo contiene una buona esposizione degli obiettivi della riforma e dei problemi che si frappongono; offre una base di discussione al Consiglio e al Parlamento europei, che dovranno deliberare da qui al 2024. Nel complesso, però, a parte alcuni utili spunti le proposte non convincono.

La Commissione parte da tre premesse condivisibili. La prima è che le regole debbano essere semplici, il che significa prima di tutto evitare meccanismi astrusi e opinabili che rendono le disposizioni poco trasparenti. Il secondo obiettivo è facilitare la “condivisione”: fare in modo cioè che gli Stati membri sentano obiettivi e programmi della politica di bilancio come propri, anziché imposti dall’alto. Infine, i bilanci degli Stati devono essere orientati al medio termine, lasciando spazio per le politiche di investimento rese necessarie dalle due “nuove frontiere” dell’Unione: la transizione verde e quella digitale.

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Le proposte non sempre muovono coerentemente da queste premesse. La semplicità anzitutto. Viene sì eliminata la correzione ciclica degli obiettivi fiscali, che tante discussioni e contrasti ha provocato in passato, ma la complicazione e il tecnicismo rientrano dalla finestra in due modi. Primo, prevedendo analisi di sostenibilità fiscale a lungo termine corredate da «stress test e analisi stocastiche»; tecniche econometriche difficili i cui risultati dipendono sempre da ipotesi opinabili. Secondo, cosa ancor più importante, la “variabile di controllo” della politica fiscale viene identificata con la spesa pubblica primaria netta; al netto cioè di interessi, di componenti una tantum e di una non meglio esplicitata «componente ciclica» della spesa per la disoccupazione. La definizione di questa variabile, che ha un ruolo cruciale nell’intera procedura, sarà definita in seguito, ma l’impressione è che essa nasconda complicazioni non inferiori a quelle incontrate in passato.

La “condivisione” verrebbe raggiunta – questa la principale novità – dal fatto che i piani fiscali vengono presentati dagli Stati stessi, non più imposti dall’alto. Tuttavia la procedura appare più intrusiva che in passato. Gli obiettivi di deficit e debito pubblico verrebbero conseguiti controllando la spesa, non i deficit e i debiti direttamente: ci si propone dunque di regolare non solo i saldi di bilancio, ma anche la loro composizione fra spese ed entrate. Un cambiamento sostanziale: fino a ora si era ritenuto, non senza ragioni, che fossero i deficit e i debiti eccessivi a creare problemi attraverso la loro pressione sui mercati dei titoli pubblici, e che la dimensione complessiva di entrate e spese potesse restare appannaggio nazionale. Inoltre, i piani fiscali verrebbero sì presentati dagli Stati, ma su una falsariga preparata dalla Commissione e resa pubblica. In caso di disaccordo, per i Paesi maggiormente indebitati sarebbe quella falsariga a contare nel determinare eventuali infrazioni e sanzioni.

La “regola della spesa” apre una falla nella procedura. Cosa assicura che, ferma restando la spesa, uno Stato membro non aumenti il debito riducendo le imposte, per esempio introducendo una flat tax non sostenibile? Cosa assicura che, essendo la spesa calcolata al netto degli interessi, in caso di aumento degli oneri per interesse le altre componenti del bilancio siano regolate per evitare una lievitazione del debito? Domande per il momento senza risposta.

Crescita e sostenibilità di medio termine potrebbero anch’esse essere penalizzate. Quando si tratta di ridurre la spesa, gli investimenti sono sempre i primi a essere sacrificati. La via maestra sarebbe quindi quella di escluderli dal calcolo, riservando loro un trattamento ad hoc sotto il controllo europeo. Idea tante volte proposta e oggi ancor più valida alla luce dei programmi di trasformazione strutturale che l’Europa si propone.

Che fare, allora? La fase decisionale appare complessa soprattutto per l’Italia – la “grande osservata” in materia di bilanci. Sarà essenziale mantenere un atteggiamento costruttivo, evitando l’isolamento e cercando anzi alleanze su significative correzioni, fermi restando gli intendimenti iniziali ben sintetizzati dalla Commissione. Sarebbe utile muovere qualche passo di ritorno verso la procedura esistente, riveduta e corretta. Niente è ancora deciso; la strada negoziale è ancora lunga.

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