la destra nell’era trump

Nuovo welfare per salvare il liberalismo Usa

di Salvatore Carrubba


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3' di lettura

Sulle riviste e negli ambienti della destra americana impazza il dibattito sulle sorti di quella piattaforma neo-conservatrice, condita di fiducia nel mercato, tradizionalismo morale e tutela dell’individuo, che ha forgiato l’identità dei repubblicani fino all’irrompere di Donald Trump. Della crisi, assai diffusa, del conservatorismo democratico, Trump è stato non la causa ma il beneficiario. E il dibattito sul conservatorismo americano diventa la spia del grande strattone alla politica tradizionale rappresentato dall’irrompere del populismo. Al successo del quale hanno concorso due fenomeni, che non risparmiano la sinistra: le nuove forme di comunicazione e partecipazione politica, che hanno spazzato via il peso di apparati ed élite di partito; e il disorientamento determinato dall’immigrazione e dall’angoscia sul futuro del lavoro.

Chi populista non è, sa che la sfida, oggi, è salvaguardare la sopravvivenza e la funzionalità del sistema democratico tout court. Mi fa sorridere che, dopo aver parlato per anni, impropriamente, di liberal-democrazia, oggi ci troviamo a fare i conti col modello della democrazia illiberale. Era improprio il termine allora perché il liberalismo non può che essere democratico; mentre la democrazia può assumere tante forme, tra cui quella demagogico-populista, che espressamente rifiutano l’ordine liberale basato sul primato della legge, sul principio di rappresentanza, sul contenimento del potere, sul riconoscimento dei diritti, sul confronto, sul pluralismo e l’autonomia degli ordini indipendenti e dei corpi intermedi.

C’è chi ritiene che, a questo punto, l’unica strategia possibile sia quella di chiamare a un’union sacréè contro il populismo; e chi invece rivendica l’esigenza che le grandi culture politiche si dimostrino capaci di ridefinirsi per offrire alternative convincenti, e reciprocamente concorrenziali, al populismo e alla democrazia illiberale. Di recente, Hans Kundnani, in un saggio per l’iniziativa Open Future dell’Economist, notava come proprio l’annacquamento delle rispettive posizioni in un fronte contro i populisti farebbe il gioco di questi ultimi, perché alimenterebbe quel disastroso confronto, rafforzerebbe quel muro inespugnabile fra “noi” (democratici e benpensanti) e gli “altri” (ignoranti e chiusi) sui quali il populismo ha costruito la sua narrazione (per il momento) vincente.

Nel nuovo pianeta politico, del tutto inesplorato, nel quale ci muoviamo, c’è allora posto per i conservatori che non vogliamo farsi irretire o travolgere dal populismo? La questione non riguarda solo loro: perché non si realizzino le ricorrenti profezie sulla “fine della democrazia”, dobbiamo essere capaci tutti (liberali, conservatori e socialisti, con l’apporto - dove è ancora vitale, come in Italia - del cristianesimo sociale), di rilegittimare la democrazia, e nella sua versione liberale. Farla percepire di nuovo come l’unica possibilità di convivenza pacifica, di partecipazione, di tutela degli interessi generali, di controllo dei gruppi di potere, delle consorterie e delle corporazioni. E come già nel secondo dopoguerra, quando il liberale William Beveridge inventò il welfare, tale rilegittimazione non può che passare dalla dimostrazione che la democrazia cerca di non lasciare indietro nessuno.

Due opere narrative spiegano bene perché gli americani abbiano votato per Trump (“Elegia americana”, di J.D. Vance) e gli inglesi per la Brexit (“Il taglio”, di Anthony Cartwright ). I cittadini di quei libri, nella Rust Belt o nel Black Country, votavano democratico o laburista. Poi, perso il lavoro e viste annichilite le proprie comunità, si sono affidati da chi prometteva loro una svolta rispetto alle condizioni che li avevano messi in crisi. Per riconquistare quei cittadini non basta predicare contro i dazi, occorre offrire loro garanzie di riscatto e risposte ai problemi. E a questo serve un nuovo welfare che superi il modello statalista e burocratico del passato.

A salvare la democrazia liberale sarà il mix tra un welfare nuovo (diffuso, partecipato, pluralista e sussidiario), gli spazi di libertà, il pluralismo e il controllo del potere. Questo, semplicemente, si chiama liberalismo. Posso capire che i conservatori possano storcere il naso, temendo magari l’avvento di un nuovo Leviatano. Ma ricordo loro che proprio uno dei punti di riferimento del neo-conservatorismo statunitense, Friedrich von Hayek, per difendere la propria visione del mercato come garanzia sociale di libertà, aveva scritto un saggio intitolato “Perché non sono un conservatore”.

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